Il laido Geremia de’ Geremei – dietro il paravento dell’attività di sarto – fa l’usuraio in una città sull’Agro Pontino, dove presta denaro a povera gente alleviando grandi miserie e piccole sofferenze a persone che però, con lui, sprofondano nella disperazione. Affabile e untuoso quanto pericoloso e vendicativo, il bruttissimo e sgraziato Geremia (interpretato da Giacomo Rizzo, attore di commedie anni ’70 qui bravissimo nella parte che vale una carriera) vive con la vecchissima madre paralitica in un rapporto morboso. La vita è stata arcigna con lui: non solo per l’aspetto fisico, ma anche per l’abbandono da parte del padre. E lui ripaga la vita con la crudeltà verso poveracci sfortunati quanto lui. Che tratta con un’affabilità tanto falsa quanto inquietante (“fratello caro, sorella cara: il mio ultimo pensiero sarà per voi…”).,Unico rapporto, se non di amicizia almeno di vicinanza, quello con un “collaboratore” con la passione del country (un Fabrizio Bentivoglio coraggioso nell’accettare una parte defilata, di spalla). La sua ultima vittima è una giovane sposina (Laura Chiatti), di cui ricatta il padre che si è indebitato per regalare alla figlia un matrimonio di cui non doversi vergognare. Lei, che disprezza il padre e in fondo anche se stessa, sarà costretta dall’usuraio a dargli il suo corpo come “pagamento”. Poi, a sorpresa, l’usuraio si innamorerà…,Non è una storia di caduta e riscatto, come potrebbe sembrare; tutt’altro. Non c’è speranza nelle vicende di questo squallido usuraio, che pure fa quasi tenerezza nel suo goffo sentimento d’amore e quando viene – a un certo punto – tradito e beffato, ripagato dei suoi stessi metodi. Nessuno è puro, anche chi è più presentabile di lui. Ma non è solo questo che vuol dire il giovane e talentuoso Paolo Sorrentino (al suo terzo film, dotato di notevole visionarietà e grande padronanza stilistica e forse solo un po’ di compiacimento di troppo). E nemmeno solo puntare il dito sull’ossessione dei soldi, che condiziona tutti, e porta a indebitarsi per futili motivi (non solo un matrimonio ricco, ma giocare al bingo, abbellire la casa, addirittura acquistare un titolo nobiliare). In realtà, ostile a ogni parvenza di buonismo o di addolcimento della realtà (frutto anche di una biografia dolorosa, su cui però non specula), Sorrentino gioca a fare il cinico – soprattutto nelle rare occasioni pubbliche in cui, scostante, si concede pochissimo – ma in realtà urla una disperazione che ce lo rende prossimo. Poco incline a compromessi narrativi e stilistici, ma meno respingente di tanti altri registi giovani, il suo “L’amico di famiglia” è meno emozionante de “Le conseguenze dell’amore” e anche dell’esordio (da riscoprire) “L’uomo in più”, ma segna un pur sofferto passo verso la maturità. E se sull’usura non si dice una parola di condanna – il che, ammettiamolo, genera imbarazzo e fastidio – è perché a Sorrentino non interessa fare un film di denuncia sociale, quanto un affresco di una società malata punteggiato da personaggi verosimili e interessanti nella loro umanità, per quanto strampalata. Tra chi lo paragona a Ferreri e lui che si dichiara devoto a Fellini, Sorrentino sta trovando una sua strada. Che magari non paga immediatamente (rispetto al film precedente c’è un passo indietro al botteghino, il suo film sta andando male: eppure merita di essere visto per la sua sincerità). ,Anche parte della critica ora pare respingerlo, perché non riesce a incasellarlo: che moralismo certe accuse di rifuggire dalla “denuncia” e da giudizi politico-sociali precisi. Un atteggiamento che invece lo rende interessante a chi cerca una visione della realtà anche scabra e respingente a prima vista, ma dolorosamente vera. In poche parole: personaggi come Geremia, anche squallidi, esistono e vanno raccontati. E, oltre tutto, nascondono da qualche parte qualcosa che – è difficile definirlo – ce lo rende vicino. Non il banale “fascino del male”, ma l’essere comunque un rappresentante dei brutti, dei reietti, dei dimenticati (pure se lui è anche un potente e violento). Che la società, e il cinema, non vuole più raccontare. Pensiamo a tanto cinema italiano, anche di autori impegnati politicamente (a sinistra), che non sa andare oltre la descrizione di stucchevoli drammi borghesi, in due camere e cucina, su amori e corna, incapacità di legami e piccoli turbamenti intimi, rovelli interiori e deliri solipsistici. Per quanto brutta, la realtà di Sorrentino è vera. E se la frase finale di Laura Chiatti può scandalizzare (“la bellezza è brutta”), se la si intende come l’apparenza che dilaga ovunque può non risultare così inaccettabile.,Antonio Autieri,