Si è sempre un po’ imbarazzati, davanti a un film di Carlo Verdone. E in particolare di fronte a questo Il mio miglior nemico, che continua un tentativo del regista e attore romano di parziale affrancamento dalle origini comiche e cabarettistiche. Per cercare l’approdo a una commedia più matura, anche più amara, che solo saltuariamente in passato è riuscito a raggiungere (completamente, a nostro avviso, solo in Maledetto il giorno che t’ho incontrato; con qualche timidezza anche in Sono pazzo di Iris Blond e a sprazzi in altri recenti film).,In questo nuovo film l’idea migliore è quella di affiancarsi al giovane Silvio Muccino, che ha già vivificato l’ultimo tratto di carriera del regista e sceneggiatore Giovanni Veronesi in Che ne sarà di noi e Manuale d’amore, dove fra l’altro lui e Verdone si incrociavano brevemente. E dove lo stesso Verdone, per una volta solo attore, dava una prova di una certa finezza recitativa. Muccino jr., infatti, ha una freschezza di interprete e una naturalezza che portano a bucare lo schermo, a infondere verità nei suoi personaggi. Qui, è Oreste, un ragazzo senza prospettive e frustrato dalla depressione della madre che però vuole vendicare quasi con violenza da un licenziamento che pare ingiusto; vendetta che lo porterà a incrociare la vita di Achille, borghese adagiato in un matrimonio di interessi ormai in crisi. La vendetta di Oreste rovinerà la vita ad Achille, che perderà matrimonio, lavoro, posizione sociale. E forse anche la figlia (di cui intanto si è innamorato il ragazzo). A meno che i due, perso tutto, si ritrovino alleati nella sua ricerca… E magari il giovane senza padre possa trovare un’improbabile nuova famiglia.,Gli spunti di interesse ci sono, soprattutto sul versante della ricerca del padre: Oreste non ha mai conosciuto il suo, e quando deciderà di farlo sarà uan cocente delusione. E il rapporto doloroso con la madre dà vita alle scene più intense, quasi commoventi, del film. Achille è un padre che ha fallito completamente con la figlia, ma nel rapporto con il giovane “nemico” potrebbe ritrovarla, e magari scoprire un nuovo “figlio”. E sul fronte degli aspetti positivi, c’è la consueta abilità nel dirigere gli attori e un certo fiuto nel trovare caratteri (come la bravissima Sara Bertelà, madre di Oreste/Muccino).,Purtroppo Verdone non perde il vizio di compromettere la tenuta narrativa dei suoi film con cadute nel greve, nel volgare, nel grottesco anche fortemente implausibile (senza far ridere, quel che è peggio, se non chi ride a priori). Un regista vero non cadrebbe nella trappola, ma lui si sente comunque ancora e sempre un attore comico e per una risata “popolare” (che compiace la parte peggiore del pubblico) farebbe qualsiasi cosa. Anche rovinare, in parte, un film. Ci sarebbe anche da dire di una visione dei rapporti d’amore e della famiglia comunque banale, parziale. Che è quella di tutti suoi film, anche di film scambiati per passaporti per la maturità come L’amore è eterno finchè dura, con un finale debole e disilluso. Insomma, alla stretta finale rimane sempre l’impressione di non trattenere molto dalle pellicole di un autore-attore comunque prolifico e con un suo rapporto (che anni fa sembrava in irrimediabile crisi) con il pubblico italiano. Stavolta lo salva in corner la giovinezza sfrontata e la vivacità di Silvio Muccino: un talento ancora grezzo, ma che potrebbe dare buoni frutti, anche come sceneggiatore (ha partecipato anche a questo film). Dopo aver aiutato Veronesi e Verdone in fasi delicate delle rispettive carriere, sarebbe interessante capire se troverà lui qualche regista che possa permettergli di continuare a crescere.,

Antonio Autieri

,