Non convince, per lo meno non del tutto, l’ultimo film di Brian De Palma, film d’apertura della recente Mostra del Cinema di Venezia. Il romanzo di partenza di James Ellroy, Dalia Nera, ha molto di cinematografico: l’ambientazione “calda” nella Los Angeles degli anni’50, lo stesso intreccio tra cinema e realtà, le atmosfere chandleriane e soprattutto il credito di un nome come quello di James Ellroy, indiscusso maestro del noir (anche se di un noir contemporaneo, più carico di eccessi ma di qualità inferiore rispetto al noir classico del primo Dopoguerra) e autore di quel “L.A Confidential” da cui Curtis Hanson trasse nel 1997 forse il miglior noir cinematografico degli ultimi dieci anni. Insomma: di che carta da giocare, ce n’erano, eccome. Anche il nome di Brian De Palma, regista scostante ma capace di girare capolavori come “Gli intoccabili” o “Carlito’s Way”, poteva apparire come una garanzia. Eppure funziona poco “The Black Dahlia”, o si dovrebbe dire, tutto suona, un po’ falso. Il che è un evidente paradosso, quando si parla di cinema. Eppure i noir di un tempo, con tutta la carica letteraria di cui erano intessuti e quelle storie spesso ai limiti dell’assurdo possedevano un magnetismo, trasmettevano una fascinazione tale che in fondo la storia era un dettaglio, a tal punto che persino Raymond Chandler aveva perso le speranze su come si risolvesse l’intreccio de “Il grande sonno”. Anche in “The Black Dahlia” e l’intreccio è tutto sommato un dettaglio. Ma manca il resto, il magnetismo e la fascinazione. Mancano gli attori: pur con tutta la volontà degli attori, Johansson e Hartnett fanno rimpiangere non dico la santa coppia Bogart-Bacall, ma i solidi Russell Crowe e Kim Basinger del già citato “L.A. Coinfidential”. In “The Black Dahlia” mancano le atmosfere colpevoli, da peccato originale, riprodotte un po’ troppo freddamente e con l’immancabile morbosità da De Palma. Insomma, la storia in sé, l’intreccio che come tale in un noir non va dipanato, almeno non secondo le regole cartesiane del giallo a enigma, non è il punto debole del film. Ma il contesto scialbo e poco convincente, a tal punto che più che una fotocopia sbiadita dei noir di un tempo, “The Black Dahlia” sembra una fotocopia a colori e senz’anima dei monumenti di un passato in bianco e nero. Come la sequenza centrale dell’omicidio sulle scale: un complicato omaggio al passato, talmente zeppo di virtuosismi tecnici gratuiti e talmente carico di autocitazioni, da far perdere di vista il reale scopo della sequenza: far paura.,Simone Fortunato,