Sembra essere effettivamente esplosa una nuova “moda Frankenstein”, dopo l’esplicito richiamo contenuto in Povere Creature! (2023) di Yorgos Lanthimos e il recente adattamento firmato Guillermo Del Toro, Frankenstein (2025), anche Maggie Gyllenhaal ha voluto presentarci la sua versione. Più che l’opera di Mary Shelley in questo caso il riferimento principale sembra essere il film di James Whale, La moglie di Frankenstein (1935), in un tentativo, di gran lunga più insistito rispetto al modello in bianco e nero, di ribaltare la storia tradizionale dal punto di vista del personaggio femminile.

Proprio parlando dell’assoluta protagonista della pellicola a rubare la scena è senza ombra di dubbio la performance di Jessie Buckley. Chiunque abbia iniziato ad amarla grazie al ruolo di Agnes in Hamnet (2025), di Chloe Zhao, deve prepararsi a un registro attoriale completamente diverso. Se nell’universo shakespeariano si era distinta per la resa psicologica delle sfumature e per la grande intensità emotiva qui la troviamo invece vestire i panni di un personaggio costantemente sopra le righe, esagerato in tutti i suoi aspetti, provocatorio, febbrile, istintivo, pulsionale e seducente.

Caratteri che volutamente si oppongono al suo consorte, Frankenstein, un trattenuto e tenero Christian Bale, un mostro che suona il violino e adora i film della star dei musical anni 30 Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal, fratello della regista) e che mai e poi mai si lascerebbe andare alla violenza, abituato ormai da anni di solitudine a ritirarsi dal mondo e nascondersi dietro a un cappello e a un foulard. Peccato che accanto a lui ci sia appunto La Sposa che, con la sua trascinante esuberanza, lo porterà via via ad abbandonare la sua postura posata e a cadere con lei in un vortice di piacere sfrenato e criminalità.

Accanto alla coppia principale agisce una serie di altri personaggi: i due detective incaricati di riconsegnare i “mostri” alla giustizia (Penelope Cruz e Peter Sarsgaard), la dottoressa Euphronious, artefice della mostruosa creazione della sposa (Annette Bening) o il boss mafioso Lupino (Zlatko Burić).

La scelta di incentrare questa versione del classico gotico su una figura femminile è dichiaratamente programmatica, tutta la pellicola è infatti attraversata dal tema della condizione femminile negli Stati Uniti degli anni 30. La Sposa, tornata dal regno dei morti, si scaglia violentemente contro il potere maschilista dell’epoca facendo del suo atteggiamento disinibito e della sua irriverente sfacciataggine la bandiera di un vero e proprio movimento, in grado di attirare numerose seguaci nella sua rivoluzione al grido del nuovo slogan: “attacco mentale”. Sono molteplici, in questo senso, i personaggi che vengono sminuiti nella loro funzione o nel loro ruolo proprio e soltanto perché donne, con un atteggiamento quasi mai esplicito a sottolineare come questa sottovalutazione costante sia ormai un tratto tacitamente accettato e tuttavia persistente della società tutta.

La Sposa! è sicuramente un film molto esplicito, che non si risparmia, da un lato, una certa estetizzazione della violenza civile, con i due innamorati che si riscoprono novelli Bonny e Clyde, e, dall’altro, un’insistenza sul lato sensuale e anticonvenzionale della relazione tra i due. Un’opera dunque che fa del suo ritmo frenetico, della sua estetica sospesa tra gotico, noir e fantascienza e della personalità incontenibile della sua protagonista i suoi capisaldi, con evidente intento provocatorio e in fondo con lo scopo ben chiaro di divertirsi, esulando un po’ dalle regole convenzionali.

Tommaso Kadolph

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