Tratto da un romanzo best seller di Delia Owens, e ambientato nelle paludi della Carolina tra gli anni Cinquanta e Sessanta, La ragazza della palude chiaramente aspira ad essere una storia di empowerment femminile e resta invece un modesto dramma che inanella luoghi comuni senza mai riuscire ad essere davvero credibile.

La protagonista Kaya cresce in una casetta nel mezzo della palude, il luogo dove, nel titolo originale, “cantano i gamberi”, affascinante e selvaggio come diventa lei, dopo che l’abbandono della madre maltrattata e dei fratelli maggiori e la scomparsa del padre, la lascia a cercare di cavarsela da sola. Come la ragazzina sfugga ai controlli dei servizi sociali, nonostante vada a scuola un solo giorno per poi fuggire derisa dai compagni di classe, resta un mistero irrisolto.

Due gentili bottegai di colore la aiutano comprandole le cozze che la ragazzina raccoglie all’alba, e le insegnano anche a far di conto, mentre per leggere e scrivere dovrà aspettare la maggior età e l’incontro con un bel giovanotto del luogo, Tate, appassionato di natura e uccelli come Kya (il corteggiamento avviene attraverso lo scambio di rare piume di volatili). Purtroppo Tate ha l’obiettivo di andare all’università quindi, dopo un anno di amore e con la promessa (prontamente disattesa) di tornare, la lascia sola e affranta, non prima però di averle compilato un elenco di editori che potrebbero essere interessati ai suoi straordinari disegni naturalistici.

Una premura che verrà comoda più avanti quando Kya, per salvare la casetta nella palude dagli speculatori, dovrà reclamarne la proprietà e pagare le tasse arretrate. Mentre diventa una illustratrice di successo Kya incontra il suo secondo amore, Chase, il classico belloccio di provincia che con lei pensa di poter essere se stesso ma che in paese si vergogna di far sapere che la frequenta. Errare umano, perseverare diabolico, ma la nostra ragazza selvaggia ci casca una seconda volta e questa volta va pure peggio perché Chase, sulla lunga distanza si rivela un uomo violento proprio come il padre di Kya.

Che le cose vadano a finire male lo si capisce dai primi momenti del film, quando viene trovato il cadavere di Chase e Kya, sull’onda degli immediati pettegolezzi locali, viene accusata di averlo ucciso. A soccorrerla arriva il locale avvocato progressista, Tom Milton (David Strathairn in modalità Gregory Peck de Il buio oltre la siepe, con tanto di vestito di lino bianco) e da lì in poi la storia ci è raccontata in molto prevedibili flashback con voice over: l’improbabile coming of age di Kya nella palude (dopo qualche scena iniziale la bambina con i piedi sporchi si trasforma in una bella ragazza sempre impeccabilmente vestita), le sue due storie d’amore (che hanno reminiscenze alla Nicholas Sparks, che però nel confronto ha tutto da guadagnare), la discriminazione del paese, l’incanto della natura, sempre un po’ fastidiosamente addomesticata.

Daisy Edgar-Jones, che aveva abitato meravigliosamente ben altro materiale nella serie tv Normal People, qui fa quello che può ma non riesce a liberarci dalla sensazione di trovarci in una versione piccolo borghese e zuccherosa di un racconto che in altri tempi avrebbe potuto essere rivoluzionario e qui invece riesce falsamente consolatorio e anacronistico, specialmente nel finale.

Laura Cotta Ramosino

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