Dopo aver rilanciato qualche anno fa uno delle saghe più longeve e amate della storia del cinema e della televisione americana, J.J. Abrams si concede un secondo appuntamento che non tradisce, anche grazie ad un efficace uso del 3D, le promesse di un intrattenimento spettacolare e non privo di intelligenza e di cuore.,Nel primo episodio assistevamo alla formazione dell’equipaggio dell’Enterprise, e in particolare alla fondazione della coppia Kirk-Spock, il cuore (spesso un po’ spavaldo e irresponsabile) e la mente (a volte fin troppo logica) della nave spaziale. ,Qui Abrams e i suoi sceneggiatori (tra cui Damon Lindelof, accanto a lui nel televisivo Lost) li mette a confronto con un avversario di prima grandezza, capace di mettere alla prova come non mai la loro forza e le loro debolezze.,Il misterioso John Harrison (cui dà volto e voce l’inglese Benedict Cumberbatch, già protagonista dell'acclamata serie Sherlock e ora lanciatissimo anche al cinema), terrorista che sembra venire fuori dal nulla, ha la statura dei migliori cattivi della storia del cinema. Intelligente, manipolativo, spietato, ma non privo di fascino, è una sorta di “arma vivente” senza controllo, destinata a mettere a nudo le contraddizioni della Federazione planetaria, un organismo di pace che, però, di fronte alla minaccia sempre più concreta dell’aggressivo impero Klingon, ha la tentazione di trasformarsi in qualcosa d’altro.,Il contrasto tra una vocazione di esplorazione pacifica (che è caratteristica dell’impostazione “umanistica” della serie originale, nata negli anni Sessanta) e la necessità di difendersi, che può facilmente trasformarsi in una tentazione di “guerra preventiva”, è il cuore di una storia in cui gli autori riecheggiano (a volte addirittura fin troppo) quello che è diventato il più scomodo e inamovibile trauma della coscienza americana, quell’11 settembre fonte in egual misura di dolore e lutto, desiderio di vendetta e senso di colpa.,Into Darkness affronta la questione senza perdere di vista la propria identità di solido blockbuster d’azione (in questo distinguendosi, del resto come il primo capitolo, dall’impostazione più filosofica dell’originale prototipo televisivo) e anzi procedendo a ritmo sostenuto tra spettacolari scontri spaziali, inseguimenti, scazzottate e dialoghi scoppiettanti fatti apposta per mettere in luce i caratteri di tutti i membri dell’equipaggio: la riflessiva e tosta Uhura, l’impacciato e volonteroso Checov, il pignolo Scotty, il burbero McCoy, il silenzioso ed efficiente Sulu.,Forti del loro passato nella serialità televisiva, J.J. Abrams e i suoi sceneggiatori sono bravissimi a raccontare le dinamiche di questo gruppo eterogeneo e leale, una vera famiglia per cui lottare e morire, si tratti dei battibecchi tra innamorati di Spock e Uhura, dei “soliti” contrasti tra logica e cuore di Kirk e Spock, o delle lamentele dell’ansioso Scotty su quello che succede alla sua nave quando si assenta per un giorno. In queste scene lo spettatore prova la confortante sensazione di ritrovarsi con un gruppo di amici che sente di conoscere bene, ma che sono sempre capaci di stupirlo andando oltre se stessi e regalando sorprese e segreti. Paradossalmente, la forza di un film spettacolare come Into Darkness sta più in questa comunità di caratteri che nella pirotecnica trama, che accanto a un bel numero di colpi di scena, qua e la presenta qualche perdonabile incertezza.,Fedeli alla tradizione “umanistica” del creatore della serie Roddenberry (così innamorato della sua creatura da voler far disperdere le proprie ceneri nello spazio dopo la morte) Star Trek si presta ad elaborare metaforicamente il dato della cronaca, con l’invito a saper reagire alla violenza esterna con la meditazione della ragione piuttosto che con l’emotività della vendetta. ,Into Darkness, però, affronta anche la riflessione sulla disponibilità al sacrificio per l’altro che costituisce l’essenza di ogni rapporto affettivo, sia esso d’amicizia o d’amore. Sia Kirk che Spock hanno da imparare l’uno dall’altro: il capitano la capacità di assumersi fino in fondo la responsabilità delle sue azioni (qualcosa che implica, oltre il coraggio, anche la lungimiranza di riconoscere limiti ed errori), il primo ufficiale la possibilità di fronteggiare dolore, morte e perdita non “ritirandosi” dalla propria capacità di provare emozioni ma abbracciandola fino in fondo.,In questo il film fa tesoro di quanto accaduto nel precedente episodio facendo di Spock, superstite alla fine del suo pianeta che non aveva potuto salvare, una sorta di reduce dell’Olocausto che sceglie la desensibilizzazione come unica via di sopravvivenza, salvo poi doversi comunque confrontare con l’incapacità tutta umana di regolarsi nello stesso modo.,La pellicola vive anche di una miriade di citazioni interne ed esterne alla saga (da Star Wars – prossimo progetto di Abrams – a K-19, oltre che, ovviamente, fin dal titolo a Cuore di tenebra di Conrad) e di una regia dinamica che però sa anche prendersi i suoi tempi nel seguire le emozioni dei personaggi come nell'esplorare le location (i pianeti, ma anche la Londra futuristica che, con il suo misto di vecchio e nuovo- sta per l'intero mondo terrestre). E alla fine l’Enterprise è finalmente pronta per la sua missione di esplorazione “là dove nessuno è mai giunto prima”.,Laura Cotta Ramosino