Theo è un dodicenne sveglio, buono, che ama il calcio ed è il più bravo della sua squadra. La sua preoccupazione più grande è il padre Laurent: separato (e la mamma vive ora insieme a Theo con un nuovo fidanzato), senza un lavoro, con una seria debolezza verso l’alcool. Theo gli vuole molto bene, anche se lui lo mette in imbarazzo durante le partite (se colpiscono il figlio si mette a inveire contro arbitro e allenatore, fa risse con altri tifosi…), arriva in ritardo agli appuntamenti o se li dimentica proprio. Un tipo insopportabile, che sta sui nervi a tutti. Ma il padre al figlio ci tiene davvero, e in fondo le sue intemperanze nei campetti di calcio ne sono una prova: anche perché lui è convinto che Theo sia davvero un futuro campione. E quando emissari inglesi dell’Arsenal a caccia di talenti lo visionano, ci tiene più lui che il figlio a superare il provino. Theo, un po’ piccolo di statura tanto che un’amica gli dà il soprannome di “formica”, viene scartato a causa dell’altezza: ma lui non se la sente di deludere il padre e gli dice che è stato preso, e dovrà andare in Inghilterra. Ovviamente con lui: la bugia diventa così un’arma di rilancio per il padre, che fa di tutto per rimettere a posto la propria vita. Il problema è che a quella bugia ci credono tutti, dalla squadra di calcio ai concittadini…

Tratta da una graphic novel spagnola, questa commedia francese per famiglie sposta ovviamente l’ambientazione (da Valencia alla provincia di Lione), e innesta quel gusto per i caratteri tipico del cinema transalpino. La storia si concentra soprattutto su Theo (il bravissimo Maleaume Paquin, che fece già coppia con Daniel Auteuil in Remi) e il padre Laurent (François Damiens, che molti ricordano per La famiglia Bélier, ma che è in questo periodo sugli schermi anche in L’ufficiale e la spia nei panni irriconoscibili di Émile Zola): è infatti molto bello questo rapporto, con un figlio più maturo della sua età, eppure ancora così pieno degli slanci infantili, che si preoccupa per un padre debole e confuso; eppure in grado di riprendersi, anche se le bugie sono sempre rischiose… Attorno a loro tanti bei personaggi: dall’allenatore interpretato dal grande André Dussollier ai tanti ragazzini suoi amici (il simpatico Karim, la decisa Romane, il fragile e geniale Max che non esce mai di casa), interpretati da giovani attori impressionanti per spigliatezza; dalla mamma quadrata e diffidente verso l’ex marito (la brava Ludivine Sagnier), alla psicologa (l’emergente Laetitia Dosch) che lo prende in simpatia, e altri caratteri minori ma divertenti.

Il film si regge con felice equilibrio tra commedia (anche con molti equivoci, tutti nati a valanga dalla bugia di Theo, che viene spalleggiato e fomentato dall’amico Max che non ci sa fare con le persone ma molto con l’informatica) e spunti seri che in un altro film diventerebbero drammatici. Soprattutto lo fa in un modo che possa essere visto e compreso da un coetaneo di Theo (pare scontato, ma troppi film scivolano su dettagli, cadute di gusto e complicazioni che rendono film sui ragazzi sconsigliabili proprio a loro), e così Un sogno per papà – secondo film da regista dello sceneggiatore, e figlio d’arte, Julien Rappeneau – diventa un perfetto film per ragazzi e per famiglie.

A ciò si aggiunge il calcio, che se non è l’argomento esclusivo è chiave narrativa interessante – e molto amata, come noto – troppo poco sfruttata; soprattutto nella variante del calcio giovanile. Anche in quel contesto di squadra si deve essere formato il carattere di un ragazzino buono, intraprendente verso il padre con cui vuole stare – e stare bene – ma generoso e attento anche verso gli altri (la metafora della formica – come da titolo originale, Fourmi – viene fuori con semplicità). La sottotrama con l’isolato Max (hikikomori, li chiamano con termine giapponese), che lui solo va a trovare a casa e che solo a lui apre la porta della sua camera, è un tocco di sensibilità della storia davvero apprezzabile in un film che non nasconde le difficoltà del vivere ma offre chiavi di soluzioni positive e qualche momento in cui è difficile non intenerirsi, non dimenticando di far divertire. E facendo uscire più leggeri dal cinema, sia i ragazzi che gli adulti.

Antonio Autieri