Già registi del grande successo Cena tra amici (rifatto anche in Italia col titolo Il nome del figlio), Alexandre de La Patelliere e Matthieu Delaporte tornano con una commedia dal tema delicato, ma affrontato con brio da una coppia che vorrebbe ricordare grandi come Lemmon-Matthau, grazie alla scelta felice degli interpreti.

Arthur (Fabrice Luchini) è un medico ricercatore parigino, divorziato a causa della sua pedanteria e con una figlia (cui si rivolge solo in inglese perché abbia a imparare) che a malapena lo sopporta nei fine settimana. César (Patrick Bruel), del quale Arthur è il più grande amico dai tempi del collegio, è un senza arte né parte, simpaticissimo ed esuberante, ma sempre alla ricerca di come evitare i creditori. Proprio in una di queste occasioni cade da una finestra, e Arthur lo accompagna all’ospedale, usando anche la propria tessera sanitaria, visto che l’altro non se l’era portata. Purtroppo quella che sembrava solo una contusione si rivela un cancro avanzato ai polmoni, ma a venirne informato è ovviamente solo Arthur, in qualità di intestatario della tessera. Pietrificato dall’angoscia, Arthur convoca César per informarlo. Ma, il giorno convenuto, all’ora convenuta, completamente scosso da un César che gli annuncia, felice come una Pasqua, di aver finalmente incontrato l’amore della sua vita e che sta per diventare padre, Arthur pasticcia con le parole e commette un lapsus: e così anziché capire che è lui ad essere condannato, César comprende il contrario. Prigioniero quindi della pietosa bugia, Arthur è bombardato dall’amico perché abbandoni la sua grigia routine per qualcosa di più eccitante: avventure, nuovi amori, viaggi. Arthur accetta per accontentare César, ma fino a quando potrà andare avanti la menzogna?

Patrick Bruel abbandona l’umorismo e la leggerezza con cui ci aveva intrattenuto in Cena tra amici per gettarsi in modalità survoltata in un personaggio esagerato, che, al di là delle frequenti e felici battute, non riesce sempre a dare al pubblico l’emozione che si vorrebbe. Di fronte a un simile tornado, Fabrice Luchini non ha altra scelta che adottare la postura di quello perennemente colto in fallo che cerca di guardare da un’altra parte. La fuga in India alla ricerca di un guru-guaritore porta una ventata di esotismo grazie ai suoi colori caldi e al suo ritmo allegro, ma il finale, che vorrebbe essere carico di pathos, suona discordante rispetto al tono generale. Se “il meglio deve ancora venire”, preferiamo fermarci un attimo prima.

Beppe Musicco