È con tutta evidenza la Parmalat di Calisto Tanzi la Leda raccontata dal secondo film di Andrea Molaioli, regista che si rivelò con il bel giallo d’autore La ragazza del lago. Cambiano i nomi e alcune circostanze, si sfumano i luoghi ma i contorni generali sono riconoscibili a chi conosca minimamente il caso del crac che gettò nella disperazione migliaia di risparmiatori. Così non è Parma ma una provincia non dichiarata (il film è girato in Piemonte), non si chiama Parmalat ma Leda, e la famiglia Tanzi qui si chiama Rastelli, mentre il ragioniere che tiene le fila dell’azienda è Ernesto Botta, molto somigliante al Fausto Tonna delle cronache giudiziarie. C’è qualcosa di romanzato (la nipote di Amanzio Rastelli, in luogo della figlia di Tanzi, e soprattutto la sua storia con Botta) ma il quadro è chiaro.

Ma cosa fu davvero il crac Parmalat? O meglio, qual era il retroterra umano – ma anche il contesto, politico e bancario per esempio – che portò irreprensibili capitani d’impresa e grigi contabili a immergersi in crimini finanziari terrificanti? Se la denuncia è solo accennata – scontentando i fan dei film di inchiesta, forse perché il processo è ancora in corso o più probabilmente perché i fatti sono già chiari – è ancora più interessante indagare i moti dell’animo di quei protagonisti. Non per assolverli o renderli più “simpatici” al pubblico, come qualcuno subito accusa, ma per ammettere che i “mostri” che qualcuno cerca sempre di sbattere in prima pagina sono persone normali. E non privi di valori: si ironizza molto, ovviamente, sulla retorica un po’ ipocrita di Rastelli in interventi pubblici e dialoghi privati, contornato da politici e monsignori; ma sembra un po’ ingeneroso non comprendere che era sano l’orgoglio di aver costruito una grande azienda, e forse anche il desiderio di espandersi in nuovi mercati (magari per “evangelizzare” i paesi ex comunisti…). Ma il passo era più lungo della gamba, e politici e banchieri amici voltarono presto le spalle. Saranno forse meglio questi personaggi del facilmente (comprensibilmente) bersaglio Rastelli/Tanzi? Altre aziende private furono aiutate molto di più, al momento del bisogno.

Ma Molaioli non è in vena di assoluzioni, anzi, quando disegna una coppia complementare e non priva di sfumature: se all’inizio il felpato Rastelli sembra quasi in balia dello sgradevolissimo Botta, alla fine si direbbe quasi che quest’ultimo sia più attaccato all’azienda del capo, creatore del buco da 14 miliardi di euro. Ma su quel buco, che il “ragioniere” cerca di dissimulare con trucchi contabili incredibili, e sulle sue conseguenze giudizio e descrizioni sono impietose. In mezzo, ci sono ragazze distinte e – se serve – discinte, manager idealisti presto disillusi e impiegati fedeli all’azienda fino alle estreme conseguenze. Ed è un falso problema la mancanza dei “nomi veri”, perché al regista interessa evidentemente rendere universale la storia in un attacco al capitalismo immorale e virtuale che in fondo ha a che fare con la recente crisi.

Non tutto convince – la storia d’amore tra Botta e la nipote del presidente, come la “visita” a Berlusconi, le trasferte russe e newyorchesi – ma molti dettagli sono arguti e colgono il segno: dalla passeggiata domenicale di Rastelli e signora ad alcuni dettagli su Botta (la sua casa, il suo rapporto con l’inglese), dal senatore che teorizza sui capitalisti moderni “con banca e squadra di calcio” ai consulenti finanziari più scaltri dei manager finiti in galera. A molti commentatori il film sembra avere scarso mordente, ma è lo stile di Molaioli (come nel primo film) che è per scelta algido ed elegante. Punto di forza del film sono peraltro le interpretazioni di Remo Girone e di Toni Servillo, sinistri giganti di un’economia virtuale che dal “latte e derivati” pretende di passare a giocare con il calcio, le banche, i villaggi del turismo in crisi che finiscono nella polvere.

Antonio Autieri