Non è un boss di primo piano, Saro Scordia (interpretato da Luigi Lo Cascio, in un ruolo speculare a quello che lo rese noto ne I cento passi di un coraggioso giovane che combatteva la mafia). È un picciotto che punta a salire le scale della cosiddetta “onorata società” ma solo per conquistare quel rispetto cui aspira dalla morte del padre, in carcere, durante la repressione di una rivolta (o forse, per mano di un traditore). Tutto ciò che ordina don Gaetano diventa legge, anche ammazzare uno sconosciuto a Milano e scoprire la strana sensazione di terrore che genera trovarsi addosso il cadavere e il sangue di un altro uomo. Saro si avvita in un’esistenza violenta perché non conosce alternative. O meglio, un’alternativa la potrebbe offrire, la donna che ama e che si rifiuta di sposarlo perché “delinquente” (e ripiegherà su un matrimonio non voluto, per obbedire a don Gaetano). Poi, alcune situazioni innescano i primi dubbi (l’omicidio di due ragazzini, la richiesta di uccidere il giovane giudice, le voci sul padre tradito dai suoi amici). Ma solo una spirale di tradimenti e regolamenti di conti lo porterà, paradossalmente, a fuggire e a spezzare quella trama.,Il film di Andrea Porporati, noto sceneggiatore al suo secondo film da regista, è un film che si innesta nel solco dei film di mafia senza molti guizzi di inventiva, né in fase di storia che di impaginazione delle immagini. Il personaggio di Saro e la sua parabola sono interessanti ma non molto originali, ma è riscattato dall’ottimo Lo Cascio; già più freschi la figura di Ada e quella del rivale in amore, e poi giudice, interpretato da Fabrizio Gifuni (la scena in cui saluta Saro come un vecchio amico, nonostante un vecchio e sanguinoso pestaggio, è tra le cose migliori del film). Alcune situazioni sembrano sollevare il film (le due rapine “in dialetto”, soprattutto quella finale; il personaggio del vecchio boss in prigione, interpretato dal grande Renato Carpentieri) ma in realtà consegnano agli archivi più un catalogo di scene, anche ben fatte, che una vera storia da ricordare. Troppi didascalismi, troppe sottolineature (soprattutto, la voce fuori campo che non lascia nulla all’apporto dello spettatore e spiega ogni passaggio narrativo e ogni scarto del personaggio) e poco nerbo lasciano Il dolce e l’amaro nel guado tra un bel film e un’operina anche professionale ma sostanzialmente inerte.,

Antonio Autieri