Ultima collaborazione con il cinema per Lucio Dalla, Pinocchio è il quinto film diretto da Enzo D'Alò, il regista di storie delicate come La Freccia azzurra (1996), La Gabbianella e il Gatto (1998) e Momo alla conquista del tempo (2001). Il suo Pinocchio che arriva dopo 9 anni dal suo ultimo film, Opopomoz, è un progetto a cui il regista napoletano pensava da anni, almeno dalla fine degli anni 90, progetto poi arenatosi per l'uscita del poco riuscito Pinocchio di Benigni. Nel suo accostarsi all'opera di Collodi D'Alò ha tanti pregi: il primo e il più importante è quello di rimanere nel complesso fedele al capolavoro dello scrittore toscano e di restituire al pubblico di giovani e meno giovani personaggi dimenticati o comunque poco presenti nei vari adattamenti cinematografici e televisivi: il mastino Alidoro che D'Alò rende buffo e un po' goffo su modello del divertentissimo barboncino de Il castello errante di Howl; il pescatore verde e il terribile Pesce-Cane (e non una qualsiasi balena) che forse, come anche leggendo il libro, spaventerà i piccolini. Inoltre, le caratterizzazioni dei personaggi principali nascono da un confronto serio con Collodi: il discolo Pinocchio combattuto tra l'istinto per le monellerie e l'affetto per il papà; Geppetto, la vera figura cardine del romanzo e qui giustamente valorizzato nelle sue qualità (la bontà e la misericordia infinite, la pazienza, il coraggio), la stessa Fata Turchina, simbolo di Grazia inaspettata e perdono. D'Alò semplifica parecchi nodi di un'opera comunque complessa come quella di Collodi, rinuncia a qualche personaggio minore (Mastro Ciliegia, alcune creature della Fata, Giangio) e riduce lo spazio di altre come il Grillo Parlante ma rispetta nel profondo il Pinocchio letterario e concepisce un'opera adatta, per la semplicità della narrazione e per il disegno fiabesco e colorato, a tutti: grandi e piccolissimi. Tanti spunti – bellissimi – del capolavoro letterario rimangono anche in questa delicata trasposizione cinematografica: l'amore infinito di Geppetto (a cui il film è dedicato, come a tutti i babbi babbini del mondo), la caduta di Pinocchio nelle tentazioni, dal Gatto e la Volpe, meschini e melliflui, al Paese dei Balocchi che da incanto si trasforma in incubo a quella figura ambigua e bellissima di Mangiafuoco, omone crudele e spietato eppure in grado di commuoversi di fronte al dramma di questo bambino di legno. Più di tutto, però, colpisce in D'Alò, come anche nei bei film precedenti, la capacità di realizzare opere tecnicamente di livello ma ad altezza di bambino, anche del più piccolo, senza mai cedere allo spettacolo fine a se stesso, senza mai dover ricorrere a volgarità ma interpretando in modo personale e da vicino l'opera di partenza. Così era avvenuto per La freccia azzurra da Rodari, per La gabbianella e il gatto da Sepúlveda e per Momo da Ende; e così avviene anche per Pinocchio, tanto vicino a Collodi quanto lontano da operazioni pessime da un punto di vista tecnico e culturale (i recenti, mediocrissimi, Pinocchio 3000 e Bentornato Pinocchio) o anche da un capolavoro come il Pinocchio disneyano che dal romanzo di Collodi prendeva il nome e poco più.,Simone Fortunato