La capacità generalmente riconosciuta al regista Lasse Hallström è quella di saper raccontare storie, con mezzi semplici e toni fiabeschi, che sappiano coinvolgere lo spettatore portandolo alla lacrima. C’era ben riuscito con Chocolat e ci riprova ora adattando un vecchio fatto di cronaca del lontano Giappone: negli anni Venti del secolo scorso un cucciolo di razza Akita venne adottato da un professore pendolare che lo accudì con cura. Ogni giorno, non potendo salire sul treno con l’uomo, lo attende alla stazione. Quando poi il padrone muore, lo attende sul posto per ben nove anni, accudito dalla gente del luogo, fino a che morirà di vecchiaia.

Il fatto viene ripreso ed ambientato nei giorni nostri in una cittadina dell’America e il professore è un discreto Richard Gere, sposato da venticinque anni e con una figlia incinta che partorisce poco prima della sua morte. A raccontare la storia è il nipote cresciuto, per il quale Hachiko è un eroe e un esempio di fedeltà, che gli insegna la necessità «di ricordare le persone che si sono amate». Il film è molto semplice, una favola da guardarsi con tranquillità. Hallström riesce bene a rendere Hachiko un personaggio a tutti gli effetti (buona la trovata delle sue soggettive in bianco e nero). Anche se gli eccessi “zuccherosi” nel tratteggiare il rapporto tra padrone e cane (a un certo punto fanno addirittura il bagno insieme…) possono risultare fastidiosi a più d’uno. Ma probabilmente chi ha confidenza con il migliore amico dell’uomo si intenerirà anche per certi momenti un po’ irritanti per altri.

Resta comunque un discreto racconto, che ambienta inoltre il tutto in una bella famiglia, dove (per una volta) si respira un clima di unità e dove la figlia può seguire dei modelli per vivere la stessa esperienza con il proprio marito. Andrea Puglia