Ray Breslin è un esperto di sicurezza carceraria che, per guadagnarsi da vivere, si fa rinchiudere in incognito in penitenziari di massima sicurezza da dove, una volta studiati i punti deboli, riesce a evadere, per presentare infine agli allibiti direttori una pagella (con tutti voti insufficienti) e suggerimenti per eventuali migliorie. Quando la CIA gli chiede di testare le misure di sicurezza di un carcere supersegreto (che dovrebbe fare da prototipo per una serie di prigioni in cui richiudere la feccia dell’umanità), qualcosa va storto. Il nostro eroe finisce rapito, narcotizzato e si risveglia in una cella senza nessun contatto con il mondo esterno, capendo ben presto di essere stato incastrato. Essendo in gioco, stavolta, la sua stessa sopravvivenza, la sua unica possibilità è di fidarsi di un detenuto particolarmente socievole che sembra potergli dare una mano. ,Una sola idea: riunire le due maggiori icone del cinema action degli anni Ottanta Novanta in un B-movie condito da sparatorie e scazzottate. Non c’erano particolari motivi per sperare che questa operazione nata “a tavolino” funzionasse, ma la delusione rimane. È vero che Arnold Schwarzenegger – dismessi i panni di governatore – si era saputo reinventare come eroe veterano con la giusta dose d’ironia (nel saporito The Last Stand); è anche vero che Stallone, pur incapace di non prendersi sul serio qualunque sia l’impresa in cui si cimenti (contrariamente al compagno d’armi), aveva però dimostrato di avere ancora un certo fiuto per gli affari, riuscendo addirittura a scalare il boxoffice con l’operazione nostalgia di I mercenari; è vero anche che il cast di volti noti che dovevano fare da compagnia cantante ai magnifici due (e in certi casi prendere anche qualche sberla) era abbastanza invitante, con quel brutto ceffo di Vinnie Jones, i mai dimenticati Sam Neill e Vincent D’Onofrio, e il povero Jim Caviezel che – esattamente come il Mel Gibson che l’ha diretto ne La Passione di Cristo – sembra trovare a Hollywood ormai solo ruoli da psicopatico. ,La puzza di operazione programmatica e improvvisata, però, stavolta era inequivocabile e una volta passata dalla carta allo schermo, infatti, l’operazione ha mostrato tutta la sua inconsistenza. Sarebbe un esercizio sterile e fin troppo lungo fare l’elenco delle assurdità della trama, che inizia a perdere colpi già nei primi cinque minuti, con Stallone che evade dall’Alcatraz di turno usando un rotolo di carta igienica e un cartone del latte (una puntata del McGyver televisivo, al confronto, sembra una pièce di David Mamet), e che finisce in gloria con una serie di flashback esplicativi a prova di spettatori ottusi, per cui sembra di stare vedendo una puntata di un telefilm di quart’ordine. Ciò che irrita è che la prigione è un luogo denso di memoria cinematografica e sarebbe bastato scopiazzare un po’ di vecchi modelli per realizzare un onesto e divertente prodotto d’intrattenimento. La sceneggiatura e la regia, invece, si accontentano delle soluzioni più facili, senza neanche provare a creare un po’ di tensione e di senso dell’avventura. E poi con quel cattivo così fesso che sembra uscito da un catone animato di Cip e Ciop, la vittoria dei nostri eroi è talmente scontata e prevedibile che starli a guardare è una noia mortale. Il ridicolo, perennemente in agguato, ghermisce il film più di una volta (il medico coscienzioso che si rilegge il giuramento di Ippocrate prima di fare la cosa giusta è da guinness dei primati della risata involontaria). e quando Stallone mette fuori uso tutte le telecamere della prigione più sicura del mondo con una fetta di pan carrè, anche lo spettatore meglio disposto manda al diavolo lo sceneggiatore.,Raffaele Chiarulli