Assume sin dalle prime inquadrature le sembianze di un thriller il documentario dedicato a Marco Pantani a 10 anni dalla sua precoce dipartita: l’incipit immortala l’imponenza delle montagne, con quelle vette acuminate che tante volte fecero da sfondo alle imprese e alle fatiche del ciclista romagnolo, mentre un’ossessiva musica di sottofondo suggerisce da subito l’alone di inquietudine che accompagnerà la fine dell’eroe. Alternando immagini di repertorio, frammenti di video inediti, interviste ai genitori e agli amici del campione e suggestive riprese e ricostruzioni mai troppo invasive, ripercorriamo i passaggi salienti della vita di un ragazzo che aveva la bici nel sangue e che seppe riportare nel ciclismo quella magia e quel tocco di istintività che l’eccessivo tecnicismo e qualche scandalo di troppo dovuto al doping avevano tolto. Lo vediamo issarsi sui pedali e staccare il gruppo proprio là dove la salita si faceva più ripida, diventando fedele alleata mentre per tutti era un ostacolo, ne osserviamo la faccia deformata dalla fatica percependone quasi la contrazione dei muscoli e il bruciore dei polpacci. In pochi anni Pantani divenne Il Pirata, eroe quasi epico capace di sfidare, vincendola, la natura e le sue intemperie come pure quel destino beffardo che, causa un gravissimo incidente che ne minò la carriera, lo tolse dalla strada. Disteso nel letto di un ospedale, uno sguardo di sfida rivolto alle telecamere prende il posto di quell’espressione determinata che aveva accompagnato le scalate ad alcune delle vette più impervie d’Europa, ma anche da quella sfida seppe rialzarsi, diventando il numero uno. Fino al 5 giugno 1999, a Madonna di Campiglio, quando all’apice della carriera viene estromesso per alcuni valori sballati nel suo sangue ritenuti non regolari da un Giro d’Italia che stava dominando. Si fa strada l’ipotesi del complotto: Il Pirata era un personaggio scomodo, troppo forte e vincente per piacere a tutti in un ambiente corrotto dominato dagli sponsor. L’umiliazione è un macigno troppo grosso per un fisico esile come il suo, le pressioni mediatiche un martello sfiancante. Tornerà a gareggiare qualche tempo dopo, ma senza più la grinta di prima; mentre nuovi scandali si staglieranno all’orizzonte. La pista, per lui, non sarà più una lingua d’asfalto sulla quale scattare ma una striscia bianca in cui riporre le proprie speranze: droga e depressione si dimostrarono avversari ben più difficili da battere, portando a un tragico finale. Il documentario, cupo e denso come un thriller, non arriva a dare una lettura chiara e definitiva delle vicende relative al doping; non assolve totalmente lo sportivo pur difendendolo, puntando soprattutto il dito sul massacro mediatico che portò un campione al declino, dopo aver toccato letteralmente il cielo con un dito. Il risultato è un ritratto epico che non cede all’agiografia delle imprese di un uomo che non fu spezzato dalla fatica ma da un nemico più grande che gli prese la testa, quella testa che a suo stesso dire contava più delle gambe.,Pietro Sincich,