Thriller discreto ben congegnato da un punto vista narrativo e diretto con una certa sicurezza da Steven Soderbergh che con questo film si conferma un buon affabulatore e regista versatile, capace di lavorare in grandi produzione hollywoodiane (Ocean's Eleven e sequel) e di riuscire bene in produzioni a budget medio (Traffic, The Informant!, lo stesso Effetti collaterali) o minimo (Bubble). Autore dei più prolifici (28 film in poco più di 20 anni di carriera), il regista di Atlanta condensa in questa sua ultima fatica tutti i suoi punti di forza ma anche le fragilità del proprio stile. Perché Effetti collaterali è innanzitutto un buon intrattenimento che vanta almeno due grandi interpreti (Jude Law, efficace nel ruolo dello psichiatra, ma soprattutto Rooney Mara, bellezza fragile e misteriosa, alle prese con un ruolo sofferto e complicato) e, complice la sceneggiatura attenta firmata da Scott Z. Burns (Contagion, The Informant!, The Bourne Ultimatum) incorpora in sé un certo numero di falsi indizi e svolte impreviste che, per il bene dello spettatore, Soderbergh centellina fino all'ultima sequenza. Non è male, nel complesso ed è interessante lo sguardo duplice del regista di Erin Brockovich alla vicenda, controversa, di una donna malata, ferita negli affetti e anche dalla crisi economica che sembra aver lasciato dietro di sé solo vittime e macerie. Da un lato, infatti, Soderbergh imposta la narrazione secondo lo schema classico del thriller dell'identità: di cosa soffre Emily Taylor/Rooney Mara? Che cosa cerca che non può darle il marito, interpretato da Channing Tatum? E, più di tutto, cosa si nasconde nel passato dei due coniugi? ,Soderbergh lavora sulle atmosfere, gli ambienti claustrofobici, lavora nel privato e nel pubblico dei personaggi di Jude Law e Rooney Mara, semina qualche indizio e non spreca tutte le pallottole, per quanto nella seconda parte del film alcune svolte siano poco verosimili e un po' forzate. Dall'altro, Soderbergh sottolinea i risvolti dell'attualità: la crisi economica che pare avvolgere tutto come una nebbia mortifera, il rovescio della faccia del Sogno Americano per cui ci si può ritrovare senza un soldo e senza i propri cari da un momento all'altro, la dipendenza generalizzata da medicinali, vere e proprie droghe per rimanere sempre sulla cresta dell'onda. Una dipendenza che è un’immagine semplice e schietta dell'incapacità dell'uomo contemporaneo non tanto di farsi da solo, ma di resistere ai colleghi squali, all'indifferenza letale delle grandi metropoli brulicanti di lavoro e di inquietudine rispetto al dramma personale del singolo. Più che sul versante del thriller, non sempre coeso, specie nella seconda parte, Effetti collaterali riesce nel raccontare una dimensione umana, fragile e segnata da tante debolezze: la perdita della bussola della Taylor e dei diversi personaggi che verranno a che fare con lei, il senso di smarrimento e precarietà che attraversa la sua storia così come quella del medico sconfinando nella paranoia, non sono solo elementi più o meno verosimili di un thriller dai risvolti psicologici, ma sono segni veri e sofferti di personalità che faticano a riconoscere il vero dal falso e non riescono a costruire del legami umani significativi. Proprio come nel tragico Bubble o in The Infomant! e nel crudele Contagion, i personaggi brigano, progettano, hanno successo o subiscono delle sconfitte ma soprattutto si smarriscono perdendo assolutamente il contatto con la realtà o fraintendendone il significato.,Simone Fortunato