Se c’è un vecchio detto al cinema, è che Lars Von Trier o lo si ama o lo si odia. Difficile rimanere indifferenti di fronte allo stile immaginifico e le tematiche urticanti che il regista danese de Le onde del destino propone, anzi sbatte in faccia allo spettatore. E così, fiumi di inchiostro e interpretazioni più disparate hanno sempre accompagnato i film del talentuoso regista nordico, sin dal memorabile Le onde del destino, forse il film più celebre di Von Trier fino al recente e assai discutibile Antichrist e passando per i vari, durissimi, Dancer in the Dark e Dogville. A Cannes 2011, poi, dove Melancholia gareggiava nella Competizione ufficiale e ha vinto il premio per la miglior interpretazione per Kirsten Dunst, ci si sono messe pure le dichiarazioni folli del regista sul nazismo che gli hanno causato l’immediata espulsione dal Festival. Un regista difficile, sgradevole in molti momenti e autore di un cinema che lo rispecchia almeno in parte. I film di Von Trier sono sempre stati animati da una volontà iconoclasta: e l’obiettivo, che è proprio dei grandi registi – si pensi al Polanski di Carnage – è la mentalità comune, uno certo sguardo borghese sul mondo, tronfio, arrogante, che si contenta di se stesso e della propria misura. Tutti i personaggi di Von Trier suscitano scandalo e vengono perseguitati perché ragionano e seguono un altro principio: la fede e la speranza nel miracolo per la Watson ne Le onde del destino; l’innocenza sconfinata per Bjork in Dancer in the Dark, l’irrazionalità per il coro protagonista di Idioti. E ancora: la gratuità di quella vittima sacrificale che è Nicole Kidman in Dogville.

Anche in Antichrist e Melancholia si ritrova lo stesso filo rosso: nel primo l’elaborazione del lutto di una madre (Charlotte Gainsbourg) per la perdita del figlio diventava prima isolamento, poi pazzia e infine violenza; in Melancholia il discorso è assai simile. Diviso in due parti, il film racconta di una sposa (la Dunst, brava come tante altre interpreti femminili di Von Trier) il giorno delle nozze. Realismo della messinscena, un po’ di macchina a mano, immagini sgranate: sembra di rivedere Festen, un film della fine degli anni 90 di un altro regista danese e sodale di Von Trier, Thomas Vinterberg. Lo stile (ma con più patinata eleganza) rimanda a quel film e i contenuti pure: il matrimonio si trasformerà in una lunga litania di vizi, sensi di colpa e accuse fino all’esito più ovvio. Nella seconda sezione, la meno convincente, il film si sposta all’interno della villa in cui abitano una coppia di coniugi. Lui (Kiefer Sutherland) è un astronomo che nasconde alla moglie la sua preoccupazione per l’avvicinarsi alla Terra del pianeta Melancholia; lei (Charlotte Gainsbourg) è sorella della Dunst che accoglie nella propria casa e che cerca di allontanare dalla depressione che l’ha ormai ridotta a una condizione assai difficile.

Il film vive di contrasti: tantissimi personaggi, un grande disordine nella prima sezione; tre personaggi, lunghi silenzi nella seconda parte. Il senso è però lo stesso: in questo mondo dove l’uomo vive come in una prigione dorata (la sensazione di claustrofobia prende lo spettatore sin dalle prime immagini) e dove l’attesa per una nuova vita (il matrimonio) o per un nuovo mondo (Melancholia) sembra comunque appartenere ad alcuni personaggi, questa attesa finisce ineluttabilmente tradita e l’esistenza diventa un incubo dei più violenti. Al di là della tragicità che percorre gli ultimi film di Von Trier e che stona con i suoi più belli dove sembravano prevalere parole come sacrificio e speranza, in Melancholia come anche in Antichrist (l’uno ci sembra tanto complementare dell’altro) colpisce e in negativo anche un altro aspetto. Che la cupa disperazione che attraversa tutto il film abbia anche ripercussioni sullo stile ai limiti dell’ermetico e comunque ricco di manierismi (concentrati soprattutto nella seconda parte). Come se il regista non volesse più raccontare granché e si fosse rifugiato in una maestria stilistica fine a se stessa. Una tendenza già avvertita in Antichrist e che, temiamo, possa continuare anche nei film successivi.

Simone Fortunato