Porta tutti i marchi di fabbrica della sua opera cinematografia (in passato in tandem con Franco Maresco, ora da solo) da regista ma anche da direttore della fotografia (il film ha ricevuto uno dei due premi “di consolazione” del cinema italiano al Festival di Venezia 2012, quello per il contributo tecnico) l’ultima pellicola di Daniele Ciprì: una fotografia nitidissima e precisa che trasforma una realtà miserabile in un paesaggio epico e quasi astratto, personaggi grotteschi e sopra le righe e il piacere dell’indugiare sul dettaglio fisico e sul particolare “strano” che trasforma il quotidiano in mostro. ,Quella dei Ciraulo è una vicenda drammatica che il carattere dei personaggi trasforma in un apologo quasi farsesco, in cui al dolore, pure se rumorosamente espresso, non viene concesso che un attimo prima di trasformarsi in un suo surrogato cinico e miserevole. ,Lo sguardo di Ciprì è clinico e quasi crudele, di un’Italia di poveracci, miserabile, egoista e avida, dove la famiglia, apparentemente il valore centrale, si trasforma in una sorta di organismo parassitario che sfrutta i suoi componenti sia da vivi che da morti. Il patriarca Nicola, un Tony Servillo sempre professionale ma che qui cannibalizza un po’ il suo personaggio, non fa che lamentarsi perché deve sostenere tutta quanta la famiglia; e la preoccupazione del soldo, quello per pagare pane e prosciutto, ma anche quello che fa la differenza in un mondo di miserabili, è la forza trainante di tutti, a parte forse l’inetto figlio maggiore Tancredi, che guarda il mondo con un perenne stupore e non sa dire nemmeno cosa vuole. Questo “idiota” (dostoevskijanamente inteso) è forse l’unico innocente (che non a caso finirà per diventare capro espiatorio) in un mondo dove fare significa sfruttare. I volti delle donne, all’occorrenza efficaci prefiche del lutto, solo illusoriamente sono prestati a una tragedia che diventa ben presto farsa.,Serenella, la figlia minore amata e vezzeggiata (ma non tanto da non abbandonarla in spiaggia se fa i capricci) cade vittima di un caso cinico e baro, ma il pianto per la sua morte diventa presto lo strumento di un possibile guadagno (il rimborso statale alle vittime di mafia, una perfida ironia dato che il proiettile che la colpisce era destinato al cugino, piccolo criminale) e quando finalmente i soldi arrivano, l’investimento in una splendida Mercedes sfocia in un’altra tragedia del possesso.,Il film di Ciprì soffre da un lato dell’impossibilità per il pubblico di empatizzare con quale che sia dei personaggi (sono tutti più o meno respingenti, fisicamente e non solo), dall’altro per la strana struttura che sembra essere la somma di tre film diversi: la prima, un lungo set up sulla famiglia Ciraulo, la seconda che ruota attorno alla morte di Serenella e alle disavventure legate al risarcimento (con kafkiane peregrinazioni per avvocati e tribunali prima, e visite ad un ambiguo strozzino poi), e l’ultima, una parabola sulla “robba”, la macchina adorata e maledetta (nonostante una costosa benedizione da una caricatura di sacerdote) simbolo di un riscatto impossibile.,E alla fine ci si chiede il senso di questo desolante affresco di Italia, viaggio nell’orrore del quotidiano, dove non resta alcun raggio di speranza se non forse nell’inerzia e dove il sangue versato è destinato ad asciugarsi ed essere dimenticato, travolto dalla più quotidiana preoccupazione di pane e companatico.,Laura Cotta Ramosino