Noir all'italiana, buono nelle intenzioni ma deludente per quanto riguarda l'esito. Marco Risi, figlio del grande Dino, dopo una carriera difficilmente etichettabile fatta di film di denuncia e realismo profondi (Mery per sempre, Il muro di gomma, Ragazzi fuori) ma anche di clamorosi scivoloni (L'ultimo capodanno, il debole Maradona – La mano de Dios), tenta la strada, nuova per lui, del noir. Meglio, del polar alla francese di cui riprende non pochi elementi come l'ambientazione metropolitana, la figura romantica e sconfitta di un detective privato, un forte realismo nella messinscena (compresa una sequenza molto lunga e insistita di un pestaggio con protagonista Luca Argentero). Ci sono delle buone cose: una fotografia, l'ultima prima di morire di Marco Onorato a cui è dedicato il film, e in generale una confezione molto curata; una certa dose di realismo e di verosimiglianza con una sequenza dell'incidente, da cui partirà tutta la vicenda, efficace nella sua brutalità. I problemi sono altri: Risi, è vero, guarda alle atmosfere decadenti e romantiche di certo noir transalpino e anche di certa letteratura e cinema hard boiled statunitense ma gli manca un interprete forte e davvero fornito di carisma. Luca Argentero, cresciuto tantissimo negli anni come attore anche versatile in ruoli sempre più diversi, non è ancora maturo per reggere sulle spalle un intero film, per di più, come in questo caso, fortemente connotato quanto a genere e caratteristiche. Già ne Il cecchino , altro noir di produzione francese per la regia di Michele Placido, non aveva proprio brillato, nonostante l'impegno profuso in una parte da coprotagonista. Qui fatica e molto a rendere credibile il proprio personaggio: un detective privato, ex poliziotto, idealista e incorruttibile, segnato da tante sofferenze e sconfitte private. Vanno un po' meglio i compari di set: Claudio Amendola sembra uscito da certi poliziotteschi degli anni 70; ha la faccia giusta e la sua figura, un ispettore di polizia cinico e duro, è forse la più centrata di tutti per quanto la sceneggiatura, scritta a sei mani dal regista con Andrea Purgatori e Jim Carrington, non lo aiuti con certi dialoghi sin troppo programmatici (come l'esclamazione, ripetuta, di Amendola: “Io sono lo Stato!”). Terzo vertice del triangolo, Eva Herzigova: fredda e rigida, non proprio il massimo nel ruolo di una donna che deve incarnare la sofferenza e, forse, un pizzico di ambiguità. Ma, al di là del cast non proprio ben amalgamato (c'è anche Bebo Storti poco a suo agio in un ruolo drammatico e cinico), il film non convince neanche per quanto riguarda il “tema” principale, per così dire. Nella rappresentazione cioè di una Roma notturna e quindi corrotta, nelle mani dei cosiddetti Poteri Forti spesso appoggiati da grigi servizi segreti. Risi non è nuovo e anzi ha fatto bene quando ha diretto film d'inchiesta efficaci come il già citato Il muro di gomma; e non è certo un caso che il protagonista di Cha Cha Cha si chiami proprio come il protagonista di quel film, l'attore e regista prematuramente scomparso Corso Salani. Ma se in quel film, che ripercorreva i misteri irrisolti riguardanti la strage di Ustica, il grido di denuncia era forte e sdegnato soprattutto per la forza di un protagonista testardo che non veniva a compromessi, qui la denuncia è meno forte e il tono più nichilista e distruttivo un po' come l'azione del detective intepretato da Argentero: che brancola nel buio, si accorge che l'Italia e la sua Capitale sono in mano ad interessi privati e loschi figuri; che si è tutti intercettati e si è tutti ricattabili. Insomma, un brutto Paese in cui vivere e abitare. Un pessimismo che nasce certamente da tanti fatti di cronaca e da una moltitudine di esempi di ingiustizia sociale ma che purtroppo non diventa mai una storia da raccontare, un film intenso da cui rimanere colpiti bensì rimane un discorso sdegnato e lamentoso, più o meno motivato, sullo stato delle cose. Nulla a che fare insomma con la disperazione struggente dei ragazzi perduti di Mery per sempre o la forza umana e civile del protagonista de Il muro di gomma. Qui, più che un racconto di uomini, conta solo lo sfogo e la rabbia.,Simone Fortunato