Vive nella miseria e si mantiene come può, collaborando con venditori ambulanti senegalesi e sfruttatori cinesi di manodopera clandestina. Cresce due figli quasi da solo, perché la moglie, mentalmente instabile, non è in grado di fare la madre e conduce altrove una vita dissoluta. Come se non bastasse, Uxbal scopre di avere un cancro che gli lascerà solo qualche mese di vita. Eppure, la morte fa già parte della sua quotidianità, prima ancora che egli sappia di essere malato: grazie a un dono di natura, l’uomo può parlare con gli spiriti e aiutarli a raggiungere la pace eterna.

Difficile individuare una tematica dominante tra le tante vicende che s’intrecciano attorno al protagonista di Biutiful: il rapporto conflittuale con la moglie, contrapposto al desiderio di ricostruire una vera famiglia? La ricerca delle proprie radici, che si accompagna al dialogo con la morte (presenza tanto costante quanto scomoda)? L’incontro tra diverse culture, possibile solo nella condivisione di un destino avverso?

Dopo la cosiddetta “Trilogia della morte” composta da Amores perros (2000), 21 Grammi (2003) e Babel (2006), Biutiful dovrebbe rappresentare una svolta nella produzione del messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu. In realtà, l’unico cambiamento evidente si riscontra a livello tecnico, complice forse la collaborazione con due nuovi sceneggiatori, Armando Bo e Nicolás Giacobone: il regista abbandona qui la struttura a incastro su cui si fondavano le precedenti opere, optando per una narrazione lineare (fatta eccezione per il flashforward iniziale) e concentrandosi per la prima volta su un unico protagonista. Per il resto, Iñárritu pare proporre contenuti già affrontati (perché, infatti, non parlare di “Tetralogia della morte”?), secondo una dinamica che, oggi come in passato, lascia qualche perplessità. L’antieroe Uxbal è protagonista di una serie di sventure che sembrano non avere una via d’uscita e, a giudicare da ciò che s’intravede delle vite degli altri personaggi, il male di vivere che lo affligge è una condizione universale. In una vita pressoché priva di punti di riferimento stabili, ci si aspetta che i poteri paranormali di Uxbal abbiano un ruolo fondamentale: così non sembra essere, perché il rapporto con l’aldilà non è approfondito e si perde in una serie di simbologie decisamente ambigue (il gufo, il rumore del mare, le falene sul soffitto, il dono dell’anello e i riflessi dell’uomo nello specchio, che un occhio attento vedrà vivere di vita propria per tutto il corso del film) e gratuite immagini d’ispirazione horror (le anime dei defunti). Lo stesso avviene per gli altri spunti narrativi, presentati piuttosto superficialmente perché mai del tutto sviluppati: l’unico filo logico sembra essere una disperazione senza significato, di cui non conosciamo l’origine né la conclusione. Un toccante Javier Bardem, candidato come miglior attore protagonista agli Oscar 2011, non basta a nascondere una certa ambiguità di fondo del film (anch’esso nominato, come miglior pellicola straniera). Uxbal si redimerà? La risposta non è chiara. Ma l’impressione finale è che le grandi assenti non siano tanto le risposte, quanto le domande.

Maria Triberti