Il signor Martin regala un robot alla famiglia, un robot capace di fare mestieri domestici con gentilezza e affidabilità. Man mano, il robot NDR-114 si rivela sempre più in sintonia con la famiglia: sempre più simile agli umani, se non fosse che non invecchia. Ma potrebbe rinunciarci, per amore.

Tratto da un romanzo di Isaac Asimov, L’uomo bicentenario è tra i tanti film di fantascienza usciti a cavallo tra primo e secondo millennio quello che meno ha saputo leggere il cambiamento d’epoca (rispetto ai coevi Gattaca, The Truman Show, eXistenZ, Matrix, A.I., Minority Report) e che per questo non ha lasciato traccia di sé della memoria – spesso prodigiosa – degli appassionati del genere. Tematicamente, la sceneggiatura affronta spinosi argomenti che sarebbero stati propri dell’agenda politica del primo scorcio del XXI secolo: la robotica, l’intelligenza artificiale, il transumanesimo e il post-umanesimo; il fine vita).

Come tutti i racconti che concentrano l’attenzione su ciò che umano non è, anche questo film – diretto da Chris Columbus, colpito da imprevisto insuccesso tra i trionfi di Mamma, ho perso l’aereo e Mrs. Doubtfire e i successivi primi film di Harry Potter – approfitta dello stesso paradosso per interrogarsi invece proprio sull’uomo; e quindi, sulla coscienza, sul senso del tempo e su quello del limite; sul desiderio di infinito e sullo scandalo del dolore. L’esito, tanto sul piano narrativo quanto su quello visivo, è deludente. Poco originale e per niente visionario nell’evocazione di uno scenario futuro, fiacco e ripetitivo nella drammaturgia, si poggia unicamente sulle spalle e sul carisma (all’epoca, però, già declinante) di Robin Williams, “l’uomo dal volto buono” cui Hollywood ha affidato in più di una occasione messaggi ambigui, improntati – più che alla dedizione verso l’umano – a uno spiritualismo di marca new age.

Raffaele Chiarulli