In concorso alla Mostra di Venezia 2012, Bella addormentata rievoca gli ultimi drammatici giorni della vita di Eluana Englaro, antecedenti la morte avvenuta il 9 febbraio 2009. La ragazza, in coma da 17 anni e curata a Lecco dalle suore della Misericordia, fu fatta trasferire dal padre Beppino in un ospedale di Udine che aveva accettato di dare esecuzione a una sentenza di un magistrato favorevole alle istanze di Englaro. Che chiedeva di sospendere alimentazione e idratazione alla figlia, considerata già morta da 17 anni.

Il caso è noto e ha diviso l’Italia e fa ancora discutere. Il regista Marco Bellocchio lo riapre, con il lucido disegno di segnare un punto a favore delle tesi di Beppino Englaro, amico personale di Bellocchio, e di chi sostiene la libera determinazione di fronte al fine vita. Molti commentatori si spingono oltre e parlano di eutanasia, ma è un’ambiguità che il film mette in conto, spargendo cortine fumogene che permettono di confondere il dovere medico di alimentare e idratare un malato (chi è in coma come chi non è autosufficiente), l’accanimento terapeutico (con la pesante strumentalizzazione della frase di Giovanni Paolo II: “Lasciatemi andare alla casa del Padre”) che viene condannato anche dalla Chiesa e l’eutanasia stessa. Ma Bellocchio sceglie non di raccontare il caso in sé, e le sofferenze della famiglia così dolorosamente colpita dagli eventi, bensì di lasciarlo come “colonna sonora” costante – grazie all’uso di servizi del tg, interventi parlamentari, interviste televisive – di una serie di vicende che avvengono ad alcune persone più o meno legate a quei fatti. In primo luogo il senatore del PDL Uliano Beffardi, che in contrasto con la disciplina di partito vuol votare contro la legge di emergenza che il governo Berlusconi voleva far approvare in Parlamento per rafforzare l’obbligo di alimentazione forzata; poi sua figlia, invece ardentemente “pro life” (da cui un rapporto teso con il padre, che nasconde un segreto relativo alla morte della moglie), che si troverà a innamorarsi di un giovane dello schieramento contrapposto ai cattolici di fronte alla clinica friulana; un’ex attrice di teatro che ha dedicato l’esistenza alla bellissima figlia, anch’essa in coma e tenuta in vita da un respiratore, mentre l’altro figlio vorrebbe che tornasse a recitare; una tossica che vuole suicidarsi e trova in un medico un angelo custode che vuole impedirglielo a ogni costo…

Oltre ai temi del fine vita, si parla di libertà di coscienza, di deriva della politica, di sacrificio per le persone amate in varie sfumature. Si accenna anche alla fede, ma con modi rappresentativi sempre limitati: come sempre nel cinema di Bellocchio, che a un’educazione cattolica ha contrapposto una carriera piena di livore verso quella formazione. Che negli anni si è un po’ stemperato, ma rimane un sarcasmo e una lettura ideologica che gli fa vedere chi ha fede come persona esaltata e poco raziocinante.

Dal punto di vista strettamente cinematografico l’autore confeziona un buon film, meglio di tante sue opere del periodo meno fervido (quello in cui era soggiogato dallo psicanalista Fagioli e in preda ad ermetismo narrativo) ma meno potente e toccante dell’ultimo Vincere. Comunque, ci sono alcune invenzioni notevoli, come la foto di gruppo dei parlamentari PDL (anche qui ovviamente la visione è parziale e “deformata”) e soprattutto la sauna con senatori in tunica che sembrano provenire direttamente dai tempi di Giulio Cesare; qui appare il personaggio di un senatore e psichiatra che descrive peones disperati e in balia della propria frustrazione con un monologo facile ma divertente, grazie anche alla bravura di Roberto Herlitzka. Toni Servillo è il sofferto senatore Beffardi, e a lui è affidato il pensiero di Bellocchio (con il discorso che il politico prepara e che non riuscirà a leggere in Senato). L’episodio di Maya Sansa, che interpreta la tossica Rossa, e del “medico” Piergiorgio Bellocchio (il figlio del regista acquisisce film dopo film una sempre maggior finezza interpretativa) non solo è l’unico squarcio di positività ma è anche ben raccontato; il rapporto tra Servillo e la figlia mostra accenti a tratti sinceri, soprattutto nella sequenza finale alla stazione (in cui lui, peraltro, si svelerà non così “limpido” esponente della verità ad ogni costo). Ma altre cose non funzionano: pochissimo credibile il personaggio di Alba Rohrwacher, una goffa bigotta che finisce velocemente a letto con il primo che passa (o quanto meno che le riserva un’attenzione), giusto con l’accortezza di girare la catenina con il crocefisso dietro la schiena; e poco credibile anche il suo innamorato, Michele Riondino, fin troppo bello, e soprattutto il loro feeling che è rimasto nella sceneggiatura. Isabelle Huppert è brava, ma anche il suo episodio non gira, anche per colpa della legnosità del “figlio” Brenno Placido e del “marito” Gianmarco Tognazzi.

Nel merito il film, al di là di furbe dichiarazioni, è legittimamente fazioso: l’autore ha una sua tesi e la propugna, come è giusto che sia; e usa l’aspetto ideologico con classe, tanto da dissimularlo abbastanza bene ma facendo passare subliminalmente quanto gli sta a cuore. Non è un pamphlet smaccato, insomma. L’astuzia sta soprattutto nell’assegnare le parti (il più onesto di tutti è il politico “di destra”, anche se ex socialista, pro eutanasia; il più violento di quello schieramento è un povero ragazzo a disagio) e nel riequilibrare in parte il cuore del film con alcuni contrappesi, soprattutto con il finale in cui si salva una vita: come a mettere le mani avanti di fronte alle prevedibili accuse “religiose”. Ma anche nell’assegnare la difesa delle ragioni cattoliche a politici di sicuro non amati in certi ambienti, soprattutto all’allora presidente del Consiglio Berlusconi, in una facile strizzata d’occhio a chi lo detesta. Si allude al potere del Vaticano, ma non si sente mai la voce della Chiesa (solo qualche parola, tratta da un’intervista, di una delle suore che curò a lungo Eluana). E non si fa nulla per esplicitare quali fossero le ragioni di quella battaglia. Rimane quindi nella mente e negli occhi solo il frastuono, ingenuo, di chi manifestava e diventava parte dello spettacolo triste di quei giorni. Tra malati portati alle manifestazioni davanti alla clinica (e sembra che uno di questi finga di esserlo…) e gente che urla “assassini”. Bellocchio ha insomma mostrato il contorno di quella drammatica vicenda. Un tale dramma meriterebbe invece il tentativo di rappresentarne la complessità. E soprattutto una vera disponibilità a capire le posizioni altrui.

Antonio Autieri