Madonna di Campiglio, 5 giugno 1999. Marco Pantani si appresta a stravincere il secondo Giro d’Italia consecutivo con oltre 5 minuti di vantaggio sul secondo. Quella mattina, però, viene squalificato perché trovato con un valore dell’ematocrito più alto del consentito. È la fine di una corsa ma anche la fine di un campione che, da quel momento – convinto di essere vittima di un complotto – inizia un percorso autodistruttivo che lo porterà alla morte il 14 febbraio 2004, in un residence di Rimini, per overdose di cocaina (secondo la tesi ufficiale).

Il sottotitolo del film di Domenico Ciolfi, L’omicidio di un campione, spiega chiaramente la tesi sostenuta dal regista, qui al suo esordio: Marco Pantani è stato ucciso, sia da punto di vista sportivo con la squalifica, sia poi fisicamente in quel triste giorno di San Valentino di sedici anni fa. Il caso Pantani è diviso per capitoli e prosegue con un continuo avanti e indietro nel tempo in cui, con precisione anche se non sempre facile da seguire, si raccontano gli ultimi anni di vita del grande ciclista. Con i toni del docufilm di inchiesta, sicuramente un po’ troppo televisivo, Ciolfi fa vedere chiaramente come la camorra avesse interesse a bloccare la vittoria di Pantani per non perdere centinaia di milioni di lire delle scommesse clandestine (si ascoltano anche registrazioni raccolte dai carabinieri). Ma è soprattutto l’ultimo capitolo quello più interessante: il regista smonta la tesi della morte per overdose per avanzare l’ipotesi che Pantani sia stato ucciso anche se non si spiega chi avrebbe avuto interesse a farlo. La scelta di Ciolfi è stata quella di affidare a tre attori la parte del ciclista: Brenno Placido, Marco Pavletti, Fabrizio Rongione e questo risulta un po’ spiazzante anche se il merito del film, più che da un punto di vista cinematografico, risiede nel lavoro di inchiesta e ricostruzione che ne è alla base; non siamo di fronte, però, a un film freddo perché si soffre nel vedere l’uomo Pantani buttarsi via giorno dopo giorno. Nel cast troviamo anche Francesco Pannofino nei panni dell’avvocato non convinto della tesi ufficiale della morte per overdose, Libero De Rienzo in quelli di un fidato amico e Gianfelice Imparato in quelli dell’ex direttore della Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò.

Aldo Artosin