Lorenzo è un ragazzo problematico: a 14 anni, ha i brufoli, pochi amici se non nessuno, va dallo psicologo, ha una mamma soffocante e un padre assente; e ha pure una strana passione per le formiche. Soprattutto, ha un’evidente carenza d’amore, che si traduce in un misto di ingenuità e ribellione. Quando capita l’occasione di “evadere”, per una settimana bianca con la scuola, Lorenzo finge di andarci ma sceglie una reclusione che è per lui una grande libertà: si tiene i soldi dell’iscrizione e con quelli fa incetta di prodotti per sopravvivere in autonomia una settimana, poi si rinchiude nella cantina di casa. Dotata di tutto: letto, divano, servizi igienici (anche se non molto igienici…), e tante cose più o meno utili retaggio di un passato polveroso (pure un busto di Mussolini). Nessuno lo scopre, finché non irrompe – nella cantina, nella sua reclusione e nella sua vita da cui non è mai stata presente – la sorellastra Olivia, che lui conosce pochissimo. Più grande, in età che dovrebbe essere già matura, ma non meno problematica: dotata di talento artistico, si mostra dura e sicura di sé in apparenza quanto è in realtà fragile e sofferente (per storie di uomini e per la dipendenza dalla droga). E bisognosa di affetto. Per i due giovani, figli dello stesso padre ma di diversa madre, è la prima volta in cui stare davvero in relazione dopo una lontananza fisica ma anche fatta di ostilità e rancori (lei imputa alla madre di lui di avergli portato via il padre).

Dal romanzo breve di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2010), Bernardo Bertolucci ricava un film che non sembra l’opera di un “maestro” settantenne, e oltre tutto provato negli ultimi anni da una grave disabilità (è bloccato su una sedia a rotelle, che chiama con gergo cinematografico il mio “dolly”, ovvero il carrello per le riprese…) che lo ha provato fino alla depressione. Da cui sembra essere uscito bene: anzi, girare il film ha funzionato da terapia. Ed è davvero vitale come un’opera prima questo film in cui sembra succedere poco (con un’unità di luogo – la cantina – che avrebbe messo in crisi fior di autori) e invece succede tutto. Bertolucci filma due giovani esistenze “costrette” in uno spazio chiuso: diversissimi e angustiati, in crisi con se stessi e con il mondo, Lorenzo e Olivia si scoprono e possono guardarsi in faccia, alla ricerca di un conforto e di un abbraccio. Non semplicemente in lotta con il mondo, che pure sembrano rifiutare, ma in cerca – lei esplicitamente ma con approdi sbagliati, lui in maniera confusa per via dell’età e delle situazioni vissute – di un amore che li sostenga. Lorenzo, in particolare, viene “scovato” nel suo rifugio dall’irrompere di una realtà con cui non aveva mai pensato di fare i conti, sotto le sembianze della sorellastra, tossicodipendente in crisi ma anche lucida nel richiamarlo al suo dovere di aprirsi alla vita. Anche a rischio di soffrire.

Atmosfera claustrofobica, toni inizialmente “urlati” che si stemperano via via, dettagli scenografici perfetti e la bella fotografia di Fabio Cianchetti, un tono sospeso e toccante e uno sguardo in profondità in queste giovani vite, che potrà annoiare i poco sensibili ed emozionare chi al cinema va in cerca (anche) di verità e non solo di spettacolarità (e meno male che il “maestro” ha rinunciato al proposito di girare questo film in 3D: sarebbe stato inutile e disturbante): con Io e te Bertolucci realizza uno dei suoi film più emotivamente “caldi”. L’autore emiliano controlla sempre la macchina da presa con lo stile rigoroso e al tempo stesso avvolgente che è stato la cifra di tanti successi (personalmente, mai amati molto): basti citare dallo scandaloso Ultimo tango a Parigi al fluviale Novecento, dal magniloquente L’ultimo imperatore (che gli fece vincere 9 Oscar: il maggior successo mondiale di sempre per un regista italiano) agli altrettanto esotici Il piccolo Buddha e Il tè nel deserto, dal piccolo L’assedio (che in qualche misura lo ricorda, almeno per dimensioni produttive ridotte e realizzazione italiana) al cinefilo e intrigante ma in fondo superficiale The Dreamers… Ma stavolta ci mette, a nostro avviso, più cuore. Grazie anche a due straordinari interpreti, debuttanti al cinema, come Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco (artista visiva scovata su Internet). E la scelta di ripescare (che gran colpo, musicalmente) una vecchia canzone di David Bowie, “Space Oddity” (che parlava di un viaggio spaziale, ma anche di alienazione: non molto lontano da questa storia…), che lo stesso “Duca” cantò negli anni 70 in italiano con testo completamente cambiato (scritto da Mogol), è funzionale al sentimento che percorre il film. L’immagine dei due ragazzi che ballano sulle note di questa splendida “Ragazzo solo, ragazza sola” è speculare alle promesse che si scambiano, alla forza che cercano di infondersi l’un l’altro. Due giovani soli, che ammettono di non bastare a se stessi e cercano di darsi coraggio, tentando di imparare a dire “io”, a dire “te”. Come il finale – a nostro parere tra i più belli, sicuramente il nostro preferito, nella filmografia di Bertolucci – sottolinea emozionando profondamente. Che bella sorpresa da un regista che sembrava non poterci più stupire.

Antonio Autieri