Beasts of No Nation (id.)
Usa 2015 – 133′
Genere: Guerra
Regia di: Cary Fukunaga
Cast principale: Abraham Attal, Idris Elba, Kurt Egyiawan
Tematiche: guerra, Africa, violenza, perdono
Target: adulti (diffuse scene cruente)

Un bambino viene strappato alla madre per diventare soldato in una cruenta guerra civile africana.

Recensione

Gran film selvaggio e brutale, eppure aperto a una speranza concreta. Lo dirige Cary Fukunaga, il regista di tutta la splendida e altrettanto selvaggia prima stagione di True Detective. Fukunaga, al suo secondo film dopo Jane Eyre, pur essendo giovane ha talento da vendere. Per la concezione dell’opera innanzitutto: Beasts of No Nation non è semplicemente un film sull’Africa vista dal punto di vista occidentale. È qualcosa di più e di diverso: è un film profondamente africano, girato dal vero in Ghana, con attori spesso non professionisti (il ragazzino protagonista è un fenomeno vero, premiato a Venezia anche se la sorpresa è Idris Elba, qui nell’interpretazione della vita) alle prese con una storia vera e possibile raccontata dal loro punto di vista. Un gran realismo, insomma: di ambientazione, linguaggio (il film sarebbe da vedere in lingua originale, con un inglese durissimo e gutturale parlato dai soldati).
Fukunaga, anche sceneggiatore, adatta il romanzo di Uzodinma Iweala: una storia bruciante, con al centro un ragazzo perduto dalla famiglia e soggiogato dal carisma di un comandante locale che parla come in un romanzo di Flannery O’Connor, utilizza immagini profetiche della Bibbia per mandare al macello degli orfani. Cruento, dagli accenti quasi infernali, Beasts (primo film prodotto e distribuito dalla piattaforma video on demand Netflix) è di fatto una discesa agli inferi per un ragazzo che, dapprima contro la sua volontà ma poi con la sua complicità, si macchia di atti e violenze atroci. Film sul Male, più che semplice cronaca da un continente in tumulto ma anche il Male, può essere misteriosamente, strumento di Bene. Lo ricorda Fukunaga in un finale splendido che ricorda I 400 colpi e che chiede non comprensione o aiuto psicologico, ma solo perdono. Non c’è solo questo: c’è anche una voce fuori campo che commenta i passi dell’azione chiedendo ragione a un Dio che pare nascondersi eppure è sempre presente, come nei film di Terrence Malick, tra le pieghe della Natura e di un Dolore che non pare avere confini e uno stile di fuoco che solo in pochi momenti corre il rischio della maniera.

Simone Fortunato