The Wolfpack – Il branco (The wolfpack)
Usa 2015 – 89′
Genere: Documentario
Regia di: Crystal Moselle
Tematiche: famiglia, educazione, cinema
Target: dai 16 anni

Il documentario segue i primi tentativi di un gruppo di fratelli di liberarsi dalla reclusione in cui sono vissuti…

Recensione

Presentato sia al Sundance che alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città, questo documentario della newyorkese Crystal Moselle regala il fascino di un’esplorazione antropologica e il coinvolgimento di una scoperta emotiva. Tutto parte dall’incontro della regista con un gruppo di ragazzi, i sei fratelli Angulo, figli di una americana del Midwest e di un peruviano, cresciuti fino all’adolescenza praticamente confinati nel loro appartamento in una delle zone popolari di Manhattan.
La storia originalissima e per certi versi drammatica, ma assolutamente americana, di questa famiglia particolare si scopre un poco alla volta attraverso le testimonianze dei ragazzi raccolte nel corso di diversi anni. I genitori dei ragazzi – un uomo appassionato di musica e filosofia seguace della religione Are Krishna, e una ex hippie disposta a seguire il marito nelle sue idee più audaci – per preservare la numerosa prole (oltre ai sei figli maschi, tutti chiamati con nomi di divinità indiane, c’è anche una femmina più piccola, con disturbi mentali) dalle cattive influenze della società, li crescono isolati. Così il gruppo o meglio il branco, come suggerisce il titolo del documentario, cresce come una tribù isolata nel mezzo della città “capitale del mondo”, con la madre a fare da insegnante (così come prevede l’ordinamento scolastico americano) e il cinema a fare da tramite per immaginare e interpretare il mondo. Grazie a questo interesse, incoraggiato dai genitori, i ragazzi, lungi dal ripiegarsi nella passività, reinventano un mondo nuovo, crescono e fanno esperienze, plasmano gusti e opinioni, ricreano a loro volta storie fantasiose e le interpretano anche.
Quello che la regista esplora (le riprese si sono svolte nell’arco di anni) è un mondo fragile e affascinante, destinato a rompersi quando l’inevitabile curiosità di uno dei ragazzi non solo porta lui nel mondo, ma il mondo dentro la casa: un microcosmo che visto dall’esterno potrebbe semplicemente apparire folle e patologico (e in un certo senso lo è), ma che nella esplorazione affettuosa della Moselle si svela anche nei suoi aspetti più poetici e positivi. Una famiglia tutto sommato unita, con personalità che a dispetto dell’isolamento crescono aperte verso la realtà e pronte a spiccare il volo, nonostante paure e incertezze, non appena il muro inizia a mostrare le prime crepe. Un processo che per quanto discontinuo e non facile si allarga progressivamente.
Così quello che per molti versi potrebbe essere semplicemente visto come il risultato drammatico di un presupposto ideologico folle e precario (l’isolamento dalle cattive influenze del mondo predicato dal padre), e il cui peso i protagonisti progressivamente riconoscono man mano che l’incontro con l’esterno procede, non si traduce in una totale distruzione affettiva, ma in uno slancio di ripartenza in cui il cinema, via di salvezza negli anni di “prigionia”, si offre nuovamente come chiave di accesso al mondo più vasto. Una storia curiosa, seguita con attenzione e coinvolgimento, girata addosso ai suoi protagonisti di cui sembra voler assumere in toto la prospettiva, rinunciando ad un’analisi sociologica pura a favore di un mettersi all’ascolto che dia voce ai soggetti e alla loro energia piuttosto che ad altrettanto legittimi dubbi e domande forse senza risposta. Così facendo la regista evita di rappresentare i ragazzi solo come vittime, ma ridà loro tutta la loro individualità di esseri umani.

Laura Cotta Ramosino