A metà tra il biopic e il film di denuncia, Il caso Minamata rievoca il tragico caso di inquinamento ambientale (con conseguenti morti e deformità per la popolazione) avvenuto nella cittadina giapponese e denunciato grazie all’intervento del fotografo di guerra americano W. Eugene Smith, che dopo anni di reclusione dedicò a quella tragedia uno dei suoi ultimi e più significativi lavori.
Il protagonista è un irriconoscibile Johnny Depp (che qui è anche produttore), che in anni difficili della carriera prova a rilanciarsi con un ruolo per certi versi cucito su di lui e molto classico: quello del fotogiornalista ubriacone che deve ritrovare i suoi ideali mettendosi al servizio di una causa più grande di lui.
Quando lo incontriamo, Smith è in una fase calante della sua carriera che aveva vissuto i suoi momenti più alti durante la Seconda Guerra Mondiale (aveva seguito l’offensiva americana proprio contro i Giapponesi e lì era stato ferito gravemente da una granata) e poi negli anni immediatamente successivi, lavorando per Life ed entrando nei gruppo glorioso dell’agenzia Magnum (fondata tra gli altri da Robert Capa, Henry Cartier-Bresson e David Seymour). Quegli anni, però, sono ormai lontani, sia per il fotografo che per l’America: sarà l’invito di Aileen (Minami Hinase), una giovane nippo-americana, a far rinascere in lui lo spirito che lo aveva portato ad essere quello che era.
Smith raggiunge quindi il Giappone, ma lì, nonostante l’accoglienza dei locali, che lo ospitano addirittura in casa loro, le cose non sono facili: la Chisso Corporation, che per anni ha riversato residui di mercurio nelle acque locali, causando l’avvelenamento dei pesci e delle persone che li mangiano (con orribili conseguenze in termini di mortalità e deformità), è anche un grosso datore di lavoro che è molto rischioso inimicarsi. Ma le difficoltà non sono solo queste, Eugene non è più quello di un tempo e deve ritrovarsi prima di poter nuovamente usare la sua macchina fotografica come una vera arma per alzare il velo che scopre le malefatte dei dirigenti della Chisso.
Depp, forse anche infondendo al personaggio qualcosa della sua personale esperienza (ma evitando per lo più di gigioneggiare), ci accompagna nel percorso di redenzione di un uomo che, dopo anni di disillusione, ricomincia a credere che il suo lavoro possa davvero cambiare le cose, soprattutto grazie al rapporto con le persone che lo hanno accolto tra loro.
«Una fotografia è una piccola voce, al suo meglio, ma talvolta, solo talvolta, un fotografo… può portare i nostri sensi verso la consapevolezza. Molto dipende da chi guarda, ma in certi casi le fotografie possono suscitare sufficiente emozione per diventare il catalizzatore del pensiero».
Questa citazione dello stesso Smith è forse la migliore spiegazione del messaggio che questo film, certamente non indimenticabile ma sicuramente volonteroso, cerca di fare, mettendosi sulla scia di tanti film di denuncia come Erin Brockovich, Michael Clayton, Promised Land o Cattive acque (per citare qualche esempio più recente, ma la cinematografia americana in questo filone è molto ricca), seguendo un‘idea di cinema talvolta ingenua ma piena di ideali, dove passa l’idea che un uomo, con le sue scelte personali, possa ancora cambiare le cose e la vita degli altri.
Laura Cotta Ramosino
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