Erin Brockovich, donna dal passato turbolento con due divorzi alle spalle e tre figli piccoli da mantenere, ottiene un lavoro dall’avvocato Ed Masry. È così che incappa in un caso di avvelenamento delle acque nella cittadina di Hinkley. Ispirato a una storia vera (la Erin originale appare in una particina da cameriera a inizio film), Erin Brockovich è un virtuoso incrocio tra ispirazione da cinema indipendente e filmone hollywoodiano con la star Julia Roberts.

La regia naturalistica e la sensibilità di Steven Soderbergh per i personaggi dà alla vicenda un senso di realismo abbastanza inusuale per un blockbuster (la Roberts all’epoca fu pagata più di venti milioni di dollari), mentre la sceneggiatura sceglie la strada di un’esposizione lineare ma non banale delle vicende, che unisce la denuncia sociale e l’empatia con una robusta dose di umorismo.
La Erin Brockovich del film è una donna del popolo, che ama le gonne corte e non nasconde le sue grazie («Sai qual è la mia arma segreta? – dice al suo datore di lavoro ad un certo punto – «le tette!»), è sboccata e non ha peli sulla lingua. Ma se questo, unito ad un pessimo giudizio nella scelta degli uomini, in passato le ha procurato non pochi guai, sono proprio la sua autenticità e la sua testardaggine a permetterle di entrare in relazione con le vittime dell’avvelenamento e di convincerle a portare avanti un’azione legale.
Julia Roberts, luminosa e solare come ai tempi di Pretty Woman, interpreta con convinzione (e una punta di gigioneria che però non guasta) la protagonista larger then life, mentre il grande Albert Finney le fa da contraltare nella parte dell’avvocato scafato ma non privo di idealismo.

Forse è semplicistico il modo in cui la ruspante capacità comunicativa di Erin si contrapponga all’approccio più professionale e freddo del grande studio legale che a un certo punto Ed, costretto dai debiti, coinvolge nell’operazione, ma anche questo manicheismo appartiene in tutto e per tutto alla tradizione del cinema d’impegno hollywoodiano; e l’umorismo che Soderbergh è capace di infondere anche nei momenti più drammatici lo riscatta fino in fondo.

Se il centro della vicenda è senza dubbio l’indagine di Erin e la sua battaglia, autentica e improbabile Davide contro il Golia di una grande azienda miliardaria, il film si sofferma anche sulla faticosa e complessa vita privata di Erin. Man mano che il lavoro diventa più impegnativo, infatti, diventa sempre più difficile per Erin badare ai suoi tre bambini; ma a darle una mano entra in scena un’improbabile aiutante, George, un biker baffuto vicino di casa che si offre come babysitter e diventa anche il suo interesse sentimentale.

Con uno spirito femminista che non dispiacerebbe alle odierne rappresentanti del #metoo, il rapporto tra Erin e George racconta in modo speculare rispetto al solito la relazione tra un’idealista tutta concentrata sulla sua missione e un partner che si ritrova messo sempre al secondo posto e che fatica a capire fino in fondo la dedizione che un lavoro trasformato in vocazione richiede.

Se è intrigante vedere come Erin – una che in passato non ha potuto studiare o tenersi un lavoro a causa di matrimoni e gravidanze – si trasformi gradualmente attraverso il contatto e l’amicizia che crea con ciascuna delle persone che coinvolge nella causa, è la dedizione gratuita di George che alla fine le permette di arrivare fino in fondo vincitrice.

Laura Cotta Ramosino