Scappato dal suo luogo di lavoro in un macellatoio in Germania per aver colpito un superiore, Matthias fa ritorno al suo villaggio in Romania, per la precisione in Transilvania, dove il figlioletto Rudi vive insieme alla mamma, Ana, una moglie che sembra imputare al marito molto di più che le lunghe assenze per le trasferte di lavoro (come i suoi tradimenti con altre donne, si scoprirà). Il bambino si è chiuso nel mutismo, per aver visto in un bosco qualcosa che lo ha sconvolto: un mistero per entrambi i genitori, divisi sul modo di affrontare la cosa e in generale la sua educazione. Intanto Matthias – che soffre anche per l’anziano padre sempre più affetto da demenza – cerca di riallacciare il rapporto con la sua ex amante, Csilla, giovane manager della fabbrica di panificazione del paese dove vengono assunti operai cingalesi, in regola con i documenti, dal momento che non si trovano persone del luogo disposte a faticare per una paga ritenuta troppo bassa; oltre tutto con la rabbia che quelle assunzioni sono rese possibili da fondi dell’odiata Unione Europa. Ma quegli stranieri riaprono vecchie tensioni nel paesino (prima c’erano gli ungheresi, poi gli zingari a suscitare divisioni e razzismo), pronte a divampare.

Cristian Mungiu è un regista rumeno che iniziò a farsi apprezzare nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, che vinse la Palma d’Oro a Cannes. Con Animali selvatici – il titolo originale R.M.N. sta a significare “Risonanza Magnetica Nucleare” e fa riferimento alle analisi sull’anziano padre di Matthias: ma indica anche il tentativo di guardare le cose in profondità – racconta uno spaccato “particolare” e riconoscibile del suo paese facendolo interagire con temi universali come la paura dell’altro e dell’ignoto. Sia in chiave realistica e quasi cronachistica (c’è un tema che riguarda di più ogni paese europeo come quello dei migranti?) che in chiave allegorica, con quegli animali selvatici, specie gli orsi, così temuti dal protagonista (e non solo da lui), soprattutto in relazione al suo bimbo spaventato da qualcosa che ha visto: «Non avvicinarti mai a un animale selvatico senza un’arma», gli dice una volta che sparisce e viene ritrovato nel bosco. Anche se poi si scoprirà che quello che ha visto tempo prima è qualcosa di molto più “umano”: il male della disperazione che porta al suicidio e che rivivrà poi con una persona a lui vicina (ma riuscendo in quel caso a ritrovare la parola). Ma forse – ci dice il film – sono “animali” peggiori quelli che spaventano, minacciano o mettono in fuga poveracci che lavorano lontano da casa per mantenere la famiglia. Persone buone e oneste, mentre chi li presenta come selvaggi e portatori di malattie – e magari fanno le cose peggiori nella propria vita privata – sembrano aver perso i tratti dell’umanità.

Di Animali selvatici, presentato a Cannes nel 2022, ci piace lo stile maturo e consapevole, la tensione crescente e alcune scene molto intense, come la combattuta assemblea del paese in cui si sfogano tutte le tensioni contro gli stranieri (mentre, in primo piano, Matthias flirta spudoratamente con l’amante Csilla a due passi dalla moglie che gli lancia occhiate di fuoco). Convince meno una tenuta narrativa che in alcuni momenti si attenua, a rischio di annoiare lo spettatore, qualche soluzione banale (il razzismo dei più semplici, il prete codardo e spregevole che respinge dalla chiesa i cingalesi anche quando viene a sapere che uno degli stranieri è cattolico) e la didascalicità del finale, un po’ enigmatico ma al tempo stesso poco significativo rispetto al complesso della storia. Che non dice molto di nuovo sul tema dell’odio verso gli altri (pur ben camuffato: «Non abbiamo nulla contro di loro, ma restino a casa loro»), con aggiunta di un odio per l’Europa e per tutto l’Occidente, simboleggiato dal giovane ambientalista francese, che non capiscono gli umori di gente che teme di perdere la propria identità. cui Cristian Mungiu ci offre un ritratto interessante di un pezzo del nostro continente che conosciamo poco e soprattutto in cui riesce a tratteggiare in maniera significativa i suoi personaggi principali, grazie ance ad attori sconosciuti ma perfettamente in parte.

Antonio Autieri