Vera è un’agente sotto copertura della Polizia. Ha un carattere duro e in apparenza impenetrabile, temprato dai rischi della sua professione e segnato da un passato familiare doloroso. Infiltrata in una banda internazionale di rapinatori, a un certo punto vede entrare nel gruppo – in previsione di un grosso colpo – suo fratello minore Bruno, con cui ha rotto i rapporti da tempo. Bruno è appena uscito di prigione e ha bisogno di soldi per potersi dedicare a sua figlia Marta. Costretti al silenzio, divisi dalle proprie scelte e dalle ferite del passato, devono cercare di portare a termine le rispettive missioni personali salvando la pelle.

C’è un’ottima capacità di gestire la tensione e l’azione, nell’opera prima di Lyda Patitucci, prodotta dalla Groenlandia di Matteo Rovere e Sidney Sibilia che punta sui nuovi talenti per rinnovare il cinema italiano. In Come pecore in mezzo ai lupi, troviamo nella protagonista Vera una donna apparentemente dura ma che deve convivere con le proprie nevrosi e insicurezze (ottimamente interpretata da Isabella Ragonese). Attorniata da uomini, violenti come i terribili serbi della banda o ingenuamente inetti come i due italiani (tra cui il fratello Bruno, interpretato da Andrea Arcangeli), Vera si propone come una “aiutante” per criminali internazionali (guida l’auto, recupera armi) con alle spalle uomini e donne della Polizia credibili e ben disegnati (la “capa” premurosa, il collega apparentemente ostile che invece «si preoccupa, ma essendo un uomo non sa esprimersi»).  Come è anche stavolta credibile e ben raffigurato il personaggio di Tommaso Ragno (il padre di Vera e Bruno, santone di una specie di setta, che sembra disprezzare più la figlia poliziotta del figlio uscito dal carcere): grande attore di teatro che ormai il cinema italiano sta rendendo centrale con le sue finezze e ambiguità centellinate anche in piccoli ruoli come questo. Forse, invece, è un po’ più scontata la figura del fratello, con moglie straniera inaffidabile e tenera figlioletta – fin troppo matura nel sopportare tutto – da portar via dalle sofferenze della sua vita per farla stare con lui.

Le qualità maggiori della regista sono nelle scene d’azione, che fanno pensare ai primi film di Kathryn Bigelow; e Lyda Patitucci è una stimata regista di seconde unità, con tanta azione nel suo carnet, in film come Veloce come il vento e Il primo re, nonché alla regia in prima persona nella serie Curon. Non il profilo di un esordiente classico, da film d’autore (e infatti la sceneggiatura non è sua, ma di Filippo Gravino), ma da solida regista “di genere”; come solido è questo film, solo a tratti appesantito da qualche lentezza.

Sono tanti, però, i pregi; e non solo sotto il profilo dell’azione (ma l’assalto al furgone ricorda classici del miglior cinema hollywoodiano), a cominciare dalla protagonista per proseguire con dialoghi interessanti che mettono in scena perfino il rapporto con Dio e i crediti o debiti che si contraggono con il destino. In definitiva, una buona opera prima: magari più per quello che fa immaginare su chi l’ha diretta che come riuscita in sé. Ma uno di quei film da cui si può uscire soddisfatti dalla sala.

Antonio Autieri

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