Sono tornato

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Riemerso dal mondo dei morti, Benito Mussolini si ritrova nell’Italia di oggi. Dapprima perplesso, poi desideroso di riconquistarla

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Cosa succede se un uomo in tutto simile a Benito Mussolini si ritrova nell’Italia dei giorni nostri? Molti lo scambiano per un sosia, altri per un attore che si prepara a un film, altri ancora si limitano a salutarlo nostalgicamente con il braccio alzato. Senza contare chi – e non sono pochi – gli chiede un selfie. Ma nessuno crede davvero – come potrebbe? – che il Duce sia tornato dall’aldilà. E invece, è davvero “resuscitato”, cadendo come un meteorite sulla Terra (ma poi intravediamo una misteriosa porta che si dica unisca il mondo dei morti a quello dei vivi) su una Roma e su un’Italia più caotica di come l’aveva lasciata, sconcertato da tutti gli stranieri che vede in giro che gli fanno pensare alle conquiste africane del suo “Impero”. Ma un filmmaker precario pensa di sfruttare la “somiglianza” con il dittatore proponendolo alla rete televisiva che lo ha appena cacciato: e così, in pieno 2017, Mussolini diventa una star della tv…

Due anni fa uscì nelle sale italiane il film tedesco Lui è tornato: tratto dal romanzo di Timur Vermes, il film di David Wnendt vedeva un Hitler misteriosamente vivo e non invecchiato aggirarsi smarrito in mezzo ai compatrioti e poi diventare una star mediatica. Il remake italiano firmato da Luca Miniero segue abbastanza fedelmente lo schema del “predecessore”, alternando apologo grottesco sulla possibilità che il nostro Paese ricaschi in nostalgie totalitarie (o che gli italiani si facciano abbindolare nuovamente da chi, con il suo fascino, lo possa manipolare) e satira dei comportamenti di alcuni nostri connazionali. A cominciare dagli spregiudicati dirigenti televisivi, ma coinvolgendo anche le tante persone “normali” che sembrano auspicare un regime. Anche se all’italiana: «Una dittatura? Sì, ma una dittatura libera…» risponde un uomo a Mussolini che prova a raccogliere consensi in giro per l’Italia, sfruttando l’idea di un reportage giornalistico-parodistico del giovane aspirante regista. I problemi sono simili al film tedesco: difficile credere all’assunto di partenza; ma se vi si riesce, l’idea forte regge comunque fino a un certo punto. Anche se alcuni aspetti potranno risultare inquietanti, tra italiani inconsapevoli di cosa sia stato il fascismo e superficialità nell’esaltarsi per un fenomeno che sembra divertente (lo prendono tutti per un comico), poi portatore di banale buon senso, infine personaggio carismatico che dice “le cose come stanno” solleticando i bassi istinti delle platee, tv o meno. E che attacca tanto gli sfigati neofascisti attuali quanto una serie di politici, del passato (il solito Bettino Craxi) o del presente (tutti gli attuali leader o quasi) che hanno cercato malamente di imitarlo… Una retorica dell’antipolitica che strizza l’occhio ai sentimenti prevalenti oggi in Italia. Con il rischio del boomerang: non è che allora hanno ragione quelli che invocano uomini “seri”?

Miniero, che dopo i primi film a quattro mani con Paolo Genovese ha sfondato con una serie di commedie sugli stereotipi nord-sud (Benvenuti al sud e Benvenuti al nord, ma anche Un boss in salotto), non va in cerca di sottigliezze, e personaggi e gag sono abbastanza semplici o semplicistiche. Qualcuna anche, come spesso gli accade, sopra le righe o comunque poco felici. Anche se a tratti si ride (per i tanti equivoci di chi manca da decenni o anche quando Mussolini canta a squarciagola in auto “Sono un italiano, un italiano vero” sulle note della canzone di Toto Cutugno). Piuttosto, lasciano perplessi alcuni camei (più che Alessandro Cattelan, sempre spigliato, quello di Enrico Mentana) e il tono “serio” e fin troppo retorico che prende l’ultima parte, che annacqua paradossalmente l’apologo.

E se Frank Matano, nei panni del filmmaker, tutto sommato funziona come “spalla” involontaria del redivivo Duce (tranne nelle digressioni sentimentali, inutili, e appunto nel finale quando è costretto a una virata che non è nelle sue corde), e anche altri personaggi sono gustosi grazie a una caratterizzazione efficace (come gli squali televisivi Stefania Rocca e Gioele Dix), il vero tratto distintivo del film rispetto all’originale è Massimo Popolizio, grande attore dalle qualità mattatoriali e molto più bravo del mediocre attore che interpretava Hitler. Popolizio si disinteressa della somiglianza, anche se basta poco (capelli rasati a zero, mascellona, divisa e stivaloni) per far finta di credere che “quello” sia Mussolini. Come ogni grande attore, “diventa” comunque un credibile Duce in forza di voce e personalità che, nonostante qualche momento buffo o “sentimentale” (la sofferenza per la sorte di Claretta Petacci), al momento giusto sarà pronto a tentare una nuova “avventura”. Dopo esser stato opportunamente perdonato per il suo unico “incidente”, in un’Italia che pare amare più gli animali che il prossimo. La sua prova è il vero punto di forza di un film solo a tratti illuminante ma fin troppo ambiguo e qualunquista per risultare un j’accuse serio e credibile su un tema sacrosanto: quello di una pulsione fin troppo evidente a considerare le democrazia un impaccio e a sognare l’“uomo forte” che può risolvere tutti i problemi.

Antonio Autieri