Non sono pochi i fantaromanzi, in Germania ma non solo, che ipotizzano cosa sarebbe successo nella storia se il nazismo avesse vinto la Seconda guerra mondiale e Adolf Hitler non si fosse suicidato. Il romanzo di Timur Vermes, da cui è tratto il film di David Wnendt, mette in scena invece uno spunto impossibile: non un Hitler invecchiato ma ancora al potere – come in Fatherland del romanziere Robert Harris – ma un Fuhrer che si risvegli ai giorni nostri, a Berlino, ma con l’età di quando era al potere. Come se il suicidio non fosse avvenuto, o si fosse trasformato in una specie di ibernazione. Cosa sia è avvenuto non si sa; e in fondo non incide sull’operazione di Vermes, e anche del film.

Hitler non sa che la guerra è finita, dunque, e non si raccapezza in un contesto moderno. Poco a poco inizia a realizzare che sono passati decenni “dai suoi tempi”, e sembra deluso e depresso per le condizioni della sua Germania e del popolo. Nessuno lo riconosce, tutti pensano a un guitto che sfrutta la somiglianza con il capo del Terzo Reich; ne approfitta un telereporter che, per riconquistare il posto nella tv che lo ha licenziato, lo propone ai vertici del network. Buttato allo sbaraglio in un programma in diretta, a un certo punto il capo nazista prende la scena con un comizio contro la televisione spazzatura e il degrado morale che conquistano le folle. È solo l’inizio…

L’operazione è abbastanza evidente: dimostrare che anche oggi, di fronte a un contesto degradato, persone soggiogate dalla frustrazione per la situazione politica, economica e sociale potrebbero farsi conquistare da un’ideologia come quella nazista: magari prima appoggiando idee banalmente condivisibili (chi non è contro un certo tipo di tv, a parte chi la guarda?), poi passando a teorie e messaggi sempre più sinistri. Lui è tornato peraltro divaga anche in altre direzioni, già battute in passato, sulla potenza pericolosa del mezzo televisivo – meno male che il vero Hitler non ne disponeva, altrimenti la sua manipolazione delle coscienze poteva avere effetti a livello mondiale – e sulla spregiudicatezza di chi ne usa le leve. Ma è ovviamente questo Hitler goffo e tutto sommato nemmeno del tutto spaventoso (sembra comunque invecchiato dentro, se non anagraficamente) al centro della scena. Si punta inizialmente sul paradosso e sul grottesco (l’unico momento in cui il redivivo Fuhrer perde popolarità è quando uccide per rabbia un cane…), e quindi si ride amaro, per poi cercare di aprire gli occhi al pubblico. Peccato che il tutto si esaurisca soprattutto nella trovata iniziale, mentre poi la storia perde mordente piuttosto in fretta, scivolando su binari prevedibili. Compreso il finale prima inquietante, poi didascalico su immagini di attualità di movimenti di estrema destra che inneggiano a un ritorno di un passato che è stato sepolto sotto la macerie del bunker di Hitler.

Antonio Autieri