Lo vediamo da subito truccarsi in maniera patetica e quasi repellente. Eppure, con quel trucco, una volta quell’uomo era una star del rock. Ora, a cinquant’anni, Cheyenne è appunto un fantasma di se stesso, depresso o annoiato dalla vita come sostiene la dolce moglie che ne sopporta l’umor nero (ma poi si scoprirà che è molto più che noia, il “buco nero” che lo divora). Ritiratosi da decenni dalla scene per finire con la consorte a Dublino, in una casa che vorrebbe essere un rifugio in cui il mondo – tranne rare eccezioni – non può entrare, Cheyenne passa le giornate nel proprio nulla, al massimo con la compagnia, oltre che della moglie ironica e normalissima che lavora tra i pompieri, di una ragazzina cui è scappato di casa il fratello, per la disperazione della madre. Finché l’ex rockstar non riceve la notizia che il padre sta morendo. Da qui il suo viaggio a ritroso nel tempo, negli Stati Uniti, alla ricerca di un padre con cui aveva interrotto i rapporti da tempo. E che celava un segreto con cui ora Cheyenne deve fare i conti. Alla ricerca forse anche di vendetta, forse di verità. Sicuramente di se stesso.,This must be the Place, titolo preso di peso da una canzone dei Talking Heads il cui leader David Byrne compare nel film nei panni, e nella voce di se stesso, è il primo film internazionale di Paolo Sorrentino. Con un mega budget in gran parte italiano (ma anche con soldi francesi e irlandesi), è andato alla conquista dell’America con un film che, se non hollywoodiano, sembra davvero quantomeno americano, di quelli indipendenti, da Sundance Film Festival. Per farlo ha potuto contare su una vera star, Sean Penn, che, da presidente di giuria a Cannes nel 2008, si innamorò del suo film precedente, Il divo, tanto da fargli avere un premio importante. Ma anche di un cast completamente internazionale, su cui spiccano Francis McDormand (in un ruolo, sia pur più piccolo, che ricorda la “sua” poliziotta di Fargo) e due grandi ma quasi dimenticati attori come Harry Dean Stanton (e il film ha atmosfere che a tratti ricordano quel Paris, Texas di Wenders di cui lui fu il protagonista) e Judd Hirsch (una carriera soprattutto televisiva ma con alcune punte al cinema, su tutti Gente comune).,Sean Penn incarna alla perfezione un difficile personaggio (il clichè era dietro l’angolo) di ex cantante e ancor più dell’uomo alla deriva. Nel suo viaggio c’è una scoperta dell’America osservata con occhi incantati e perplessi, che corrisponde in fondo allo sguardo del suo autore, stupito di fronte al Grande Paese. In This Must be the Place troviamo spunti notevolissimi: la ricerca del padre e la scoperta di essere figlio (identità sempre rinnegata, e poi riconquistata dolorosamente e sorprendentemente fino a un commovente finale), ma anche la scoperta di un’impossibile paternità con un ragazzino figlio di madre single che non a caso ha perso il padre, un rapporto con la moglie originale e fondamentale come appiglio nel suo sbandamento… Ovvero la ricerca di se stesso, sia pur negata in uno dei tanti scambi divertenti dei dialoghi. Meno riuscita la componente “thriller”: la ricerca del criminale nazista che vessò il padre ebreo appare posticcia (il tema dell’Olocausto sbilancia il film, e risulta un po’ strumentalizzato), e oltre tutto si risolve con un episodio che lascia perplessi sotto tutti i punti di vista. Altro difetto: l’eccessivo accumulo di dettagli, frutto di un’osservazione ricchissima che rischia però di affaticare, anche visivamente, lo spettatore.,Pur con alcuni limiti, il quinto film di Paolo Sorrentino – ancora una volta in concorso al festival di Cannes, dove la stampa straniera si è divisa tra entusiasti e perplessi – è un grande film, che conferma il talento visivo del regista, la sua capacità di creare “mondi” e ambienti come nel cinema italiano non si vedeva dai tempi di Fellini, la sua direzione di attori (oltre tutto lontani dalle nostre modalità produttive) ferma e sicura; gestire un purosangue come Sean Penn era impresa che poteva schiantare registi ben più rodati. E infatti di filmoni pasticciati, con registi europei e star americane, è piena la storia del cinema. Stavolta si può essere fieri di un’opera matura e sincera, ben scritta (da Sorrentino con Umberto Contarello), illuminata da una fotografia strepitosa (Luca Bigazzi) e impreziosita dalla prova maiuscola di uno dei migliori attori del mondo. Che nella versione originale (il film è stato girato completamente in inglese) si esibisce in un falsetto irriproducibile, che infatti è stato annacquato e reso soft dal doppiaggio.,Antonio Autieri