«Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario»: con questa citazione di George Orwell si apriva Icarus, il documentario sullo scandalo del doping di Stato in Russia con cui Bryan Fogel vinse il premio Oscar nel 2018. Due anni dopo Fogel torna alla regia con The Dissident, un’opera ancora più urgente che racconta l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto il 2 ottobre 2018 all’interno del consolato saudita di Istanbul, dove l’uomo era entrato per presentare i documenti necessari a sposarsi.

Due sono i testimoni centrali attorno a cui ruota il racconto: Omar Abdulaziz, giovane dissidente saudita che vive in auto-esilio in Canada, e Hatice Cendiz, la fidanzata di Khashoggi. Omar racconta di aver ricevuto il sostegno di Khashoggi nella battaglia virtuale contro la macchina propagandistica saudita, un esercito di troll informatici (“the flies”, ricostruite nel film in CGI) deputati a manipolare e orientare il dibattito sui social media a favore del regime. Il giovane, che era stato monitorato dal governo saudita tramite uno spyware, confessa di sentirsi addosso una parte di responsabilità per la morte dell’amico: nel momento in cui ha scelto di supportare il progetto, infatti, Khashoggi – che negli ultimi tempi aveva inasprito le critiche nei confronti della deriva sempre più autoritaria del Regno – è diventato a tutti gli effetti un dissidente.

Se attraverso la voce di Omar e degli altri intervistati (giornalisti, membri della polizia turca, perfino il procuratore capo di Istanbul) la narrazione segue il ritmo incalzante di un thriller investigativo, è però sulla figura di Hatice, giovane ricercatrice turca, che si concentra il nucleo sentimentale della vicenda: dopo averlo atteso per ore fuori dal consolato, è lei a dare l’allarme della sparizione. Sono giorni di straziante attesa: mentre l’Arabia Saudita nega ogni accusa, cresce il sospetto del coinvolgimento del principe ereditario Mohammed bin Salman, che sotto a una facciata di apparenti modernizzazioni porta avanti una politica di violenta repressione del dissenso. La storia d’amore tra Hatice e Khashoggi, fondata sulla stima reciproca e su una comunanza di ideali, termina così nel peggiore dei modi.

Una delle parti più impressionanti del film è senz’altro il racconto della dinamica dell’omicidio: dopo aver visto Khashoggi entrare nel consolato attraverso i video delle telecamere di sorveglianza, lo spettatore “assiste” in maniera indiretta alla raccapricciante brutalità con cui viene perpetrato il delitto: accompagnate dalla voce della responsabile del rapporto Onu, compaiono sullo schermo le trascrizioni dei dialoghi tra gli assassini, che prima soffocano Khashoggi, poi procedono a farne a pezzi il corpo.

Con The Dissident Fogel alza il velo su una delle crepe più dolorose della nostra società contemporanea: in un mondo globalizzato e iper-connesso è ancora possibile che l’uccisione di un uomo a opera di un potere dispotico rimanga di fatto impunita, subordinata a interessi economici e politici che scavalcano i diritti umani e le fondamentali libertà di stampa e opinione. È qui che il cinema può farsi potente strumento di denuncia e rivelazione, conferendo a una singola storia il valore di un monito universale. Accolto al Sundance Film Festival 2020 con una standing ovation, il documentario è disponibile in Italia sulla piattaforma MioCinema.

Maria Giulia Petrini