The Life of Chuck racconta la vita di Charles “Chuck” Krantz, un contabile che muore in un letto d’ospedale a 39 anni, e la cui morte sembra trascinare con sé la fine e il collasso dell’intero universo. Diviso in tre blocchi autonomi disposti in ordine inverso — dal terzo atto al primo — il film parte da un insegnante che assiste alla fine del mondo e si interroga su cosa abbia dato forma alla sua vita, per poi risalire fino al racconto di formazione dell’infanzia di Chuck, passando per un intermezzo musicale.

Si tratta dell’adattamento di uno dei più bei racconti di Stephen King, pubblicato nella raccolta Se scorre il sangue (2020). Il testo appartiene al filone non orrorifico, ma a quello più fantastico-esistenzialista e, in questo caso, ottimista dello scrittore americano, che qui più che mai si inserisce nelle pieghe liriche e nostalgiche della banalità della vita quotidiana dell’America rurale — atmosfere degne del miglior Ray Bradbury.
Alla regia troviamo Mike Flanagan, maestro dell’horror, che sembra aver votato la propria carriera all’adattamento delle opere kinghiane: questo è infatti il suo terzo film tratto da King, dopo Gerald’s Game (2017) e Doctor Sleep (2019), oltre a due serie TV in arrivo basate su Carrie e La Torre Nera. In questo progetto, però, libero dalle costrizioni del genere, Flanagan realizza il suo film più anomalo e poetico. Perché come si vede dalla sinossi stessa, è un film anomalo, un film che non vuole spiegare tutto, ma lavorare per richiami e rimandi interni ai vari blocchi per far lavorare lo spettatore nel costruire un percorso di senso del racconto. La grande scoperta di Chuck adolescente è “Io contengo moltitudini” della poesia Canto di me stesso di Walt Whitman e il film stesso contiene queste moltitudini, di personaggi, di storie, di toni, magari appena accennati che fanno intuire degli universi senza entrarci mai.
La prima parte è un racconto di apocalisse, un disaster movie puro (dove più si vede la mano di Flanagan come regista di tensione) La seconda parte arriva come uno shock improvviso, un cortometraggio a sé stante che racconta un pomeriggio di tre personaggi ed è l’unico dove effettivamente è in scena Il protagonista Tom Hiddleston, in un unico respiro attraverso un numero musicale. L’ultima parte invece è un coming of age nostalgico (con tanto di un gustoso Mark Hamill come nonno) dove convivono le soffitte infestate dai fantasmi (ecco Bradbury!) e di nuovo la danza, che ci ricorda che in fondo ogni bel film è sempre anche un musical. Questo film pur avendo ricevuto lodi critiche e premi (ha vinto il premio del pubblico a Toronto lo scorso anno) si è rivelato un tremendo flop al botteghino USA, probabilmente perché ha spiazzato gli spettatori con un film profondamente anomalo ed ermetico. Ma questa inversione strutturale non è un trucco o un gioco narrativo, ma diventa un lavoro per spostare l’attenzione dai fatti che accadono a quello che resta. The life of Chuck ha la capacità vertiginosa di mettere in relazione viscerale la banalità della vita del singolo individuo e il senso dell’universo: riesce a raccontarci che un corso di danza fatto da bambini c’entra con la fine del mondo e riesce a ricordarci che la fine di una vita è la fine di un universo perchè questa nostra vita “contiene moltitudini”.

“Grazie Chuck per questi 39 anni fantastici!”

Riccardo Copreni

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