Aron Cross, superspia frutto di sperimentazione genetica, si ribella ai suoi “creatori” che vogliono eliminarlo per cancellare le tracce di un’operazione non autorizzata. Per sopravvivere si allea con Marta Shearing, una scienziata coinvolta nel progetto.

Morta una spia se ne fa un’altra. Come a dire che dopo il rifiuto di Matt Damon a rivestire i panni di Jason Bourne, superspia dall’animo tormentato in lotta contro cosiddetti patrioti, nessuno a Hollywood era pronto a rinunciare a un franchise capace di unire action spettacolare e dilemmi morali tali da allargare il target ben oltre quello di una qualunque spy story. Di qui l’idea di capitalizzare il successo della saga con un nuovo protagonista. Ottima la scelta del carismatico Jeremy Renner, che dal successo di Hurt Locker si è costruito un eccellente curriculum fatto di eroici uomini d’azione (Avengers, Mission Impossible) e psicopatici imprevedibili (The Town), così come quello della sua controparte femminile Rachel Weisz, un’attrice sensibile capace di dare verità al personaggio della ricercatrice cieca alle implicazioni etiche del suo lavoro.

Peccato che venuti al dunque della storia ai raccontare gli autori (nella persona del regista Tony Gilroy, sceneggiatore insieme al fratello Dan) abbiano rinunciato ad elaborare sui molti spunti possibili (i limiti e i dilemmi della ricerca scientifica, l’insorgere della coscienza in super soldati programmati per eseguire compiti senza farsi domande, le contraddizioni di un patriottismo che diventa fine a se stesso) a favore di un unico lungo inseguimento che copre in pratica tutta la durata del film. Il risultato è che si butta via la chimica tra i due protagonisti e l’ottima coreografia delle sequenze di azione finisce per giocare contro se stessa nella sua ripetitività, come se ci si trovasse di fronte a un lunghissimo set up che non arriva mai al punto.

Un inizio faticoso (con un eccessivo indugiare in cervellotici confronti tra i cattivoni di rito, disperatamente impegnati a tenere in vita il ricordo dello scomparso Bourne, ma poi anche a sottolineare la pericolosità della nuova superspia) si trasforma infatti in una “missione” (procurarsi il “virus” che può stabilizzare la mutazione genetica di Aron garantendogli le sue eccezionali prestazioni fisiche e intellettuali) che resta fine a se stessa e proprio per questo alla lunga noiosa. Così dopo le due ore e rotte del film è con un certo disappunto che si accolgono musica e immagini che segnano, più che la fine di un’avventura, il lancio di un sequel su cui non ci sentiremmo di scommettere. Un peccato e una delusione rispetto a una formula di racconto che aveva saputo regalare, oltre a un ottimo livello di intrattenimento, interessanti e non banali riflessioni sul concetto di libertà e responsabilità personale.

Luisa Cotta Ramosino