È arrivato al cinema l’ultimo capitolo della trilogia dedicata a Eddie Brock (Tom Hardy) e al suo inseparabile (letteralmente) simbionte Venom, Venom: the last dance, che vede i due protagonisti costretti alla resa dei conti da un misterioso re alieno.

La terza avventura inizia in un solitario bar in Messico, dove i due scoprono di essere erroneamente ricercati dal governo americano e si danno alla fuga. Mentre tentano di raggiungere New York per cercare una soluzione, vengono attaccati da una creatura aliena, che dà loro la caccia sguinzagliata da un oscuro re, che un tempo governava sul mondo d’origine dei simbionti. Il suo scopo: trovare il Codex, una sorta di chiave che gli permetterebbe di liberarsi dalla prigione in cui venne chiuso durante la sedizione dei simbionti e che si trova proprio in mano ai nostri protagonisti. Il duo, dunque, si ritrova a dover uscire dalla morsa in cui è stretto da una parte dalla creatura aliena e dall’altra da un plotone di forze speciali, che agisce per conto del governo statunitense.

Tutto il film si regge sulla personalità di Venom, infatti, sono numerosi i personaggi e gli eventi che risulterebbero quasi insipidi, se non fossero affiancati dagli irriverenti e ilari scambi di battute che avvengono nella testa di Eddie con il suo ospite, il quale dà voce a simpatici pensieri intrusivi, come lo scontro iniziale con il cartello messicano, che sembra inutile a livello di sviluppo di trama, ma è comunque molto divertente da guardare in quanto a scena. È peraltro un peccato che certi personaggi, come le due dottoresse del laboratorio di ricerca, non vengano maggiormente sviluppati, ma anzi che le loro storie siano velocemente esaurite. In pochi fotogrammi, come nel caso della dottoressa Payne (Juno Temple), o addirittura in poche battute solo brevemente accennate senza alcuno sviluppo se guardiamo invece alla dottoressa interpretata da Clark Backo.

In generale il film prova a difendersi: sicuramente intrattiene, come spesso accade per i film con buon budget ispirati a fumetti, anche grazie a un protagonista estremamente simpatico. Nonostante ciò, scarseggia non poco a livello di novità di trama e complessità di personaggi, il che lo rende forse più adatto a una serata in casa che un’uscita al cinema. Il film si dimostra un buon esordio di Kelly Marcel come regista, ma non la sua migliore prova in quanto a scrittura; va riconosciuto a Tom Hardy un grande lavoro come attore, ma oltre a lui non sembra spiccare nessun altro, forse proprio per il fatto che agli altri personaggi non è stato dato abbastanza spazio per emergere.

Valentina Villa

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