Tre registi attivi nel campo dei documentari sociali, per sbarcare il lunario, si adattano anche a lavori modesti, come i filmini di matrimonio. Il campo sociale è quello che è, anche perché la committenza non sempre ha le idee chiare, come un sindacato (Unione Lavoratori, ma si capisce che si guarda in zona CGIL…) che vuole messaggi forti e finalmente osare, ma poi rovinerà il loro video per la Festa della Liberazione – cofinanziato insieme ai partigiani dell’ANPI, pure loro alle prese con la “base” – con aggiustamenti, censure e compromessi…  I tre sono amici di vecchia data anche se con caratteri e vite personali molto differenti. E quando arriva la proposta apparentemente molto interessante di un documentario sulla fame in Africa, ma il capo della Onlus che lo finanzia viene coinvolto in uno scandalo sull’uso disinvolto di fondi europei, i tre vanno in crisi nella loro identità di artisti progressisti e onesti: se infatti Enrico, sposato e con un figlio in arrivo, chiede coerenza in nome delle loro scelte etiche, Fabrizio (sposato con la figlia di un ricco e volgare industriale) crede che sia più coerente fare comunque il film con il messaggio “giusto”, anche se i soldi sono sospetti; mentre Stefano, l’eterno indeciso che si fa trascinare sempre dagli altri, non sa cosa decidere…

Arriva in pieno travaglio della sinistra italiana il debutto cinematografico de Terzo Segreto di Satira, il gruppo milanese di registi e attori satirici che hanno colpito duro sui tic della sinistra e sulle magagne degli italiani prima con i loro video in Rete e poi in alcuni programmi tv. A differenza di altri gruppi “comici” (come i The Pills o i The Jackal) che non sono riusciti a colmare la distanza tra sketch brevi e film lungo e anche a togliersi un bel po’ di presunzione da improvviso e clamoroso successo “social mediatico”, il Terzo Segreto di Satira ha realizzato un discreto film (alla sceneggiatura ha collaborato con il gruppo l’esperto Ugo Chiti), molto arguto, che colpisce alcuni bersagli con efficacia: gli artisti che parlano tanto e realizzano poco, i garantisti a corrente alternata («quando si trattava di Berlusconi non parlavi così…»), quelli che nascondono sotto alti ideali bassi interessi, i contestatori che cambiano idea in fretta ma rimanendo con il senso di colpa per il mancato coraggio (come il flashback su come finì il viaggio di Stefano con un amico e due ragazze, che dovevano andare a protestare al G8 di Genova e finirono a passare il weekend al mare a Sestri…). E non sono male i camei di personaggi come Peter Gomez, Lilli Gruber e Andrea Scanzi, a rivestire di incubi certi dubbi angosciosi. A convincere sono poi loro, i vari attori che hanno facce caratteristiche e bravura anche nel gestire i cambi di tono, con i protagonisti Walter Leonardi, Massimiliano Loizzi e Marco Ripoldi affiancati da spalle di lusso come Valentina Ludovini e Francesco Mandelli ben sintonizzati sulla loro lunghezza d’onda (senza dimenticare camei come quello di Cochi Ponzoni o di Germano Lanzoni, speaker milanista a San Siro e reso celebre dai video del Milanese imbruttito).

Quello che latita però è il ritmo, un po’ altalenante anche per troppe sottotrame o inserti onirici, e la capacità di rivolgersi non solo a chi già li apprezza o ha spiccati interessi politici (e bisogna avere ormai una certa età non solo per ricordarsi lo slogan cui allude il titolo – “Non moriremo democristiani” – ma anche forse per sapere chi fossero, i democristiani), ma anche a un pubblico che in primo luogo potrebbe volersi soprattutto divertire. Quello che riusciva ai loro migliori video (cercatevi in Rete, per credere, “Non possono votare”, “Primarie del PD” o “Il dalemiano”, o tutta la serie “Se fossi Renzi”), veri capolavori comici che possono piacere a prescindere dalle proprie convinzioni politiche. Peraltro ormai, nella confusione generale, le possibilità di rivolgersi aun pubblico più ampio sembrano in crescita per chi maneggia l’argomento politico…

Così rimane invece un discreto film, che rischia di rivolgersi – come detto – quasi esclusivamente ai fans e ai troppi disillusi di sinistra. Interessante, anche se non nuova, la parabola di chi era contestatore e finisce contestato (una volta si diceva l’incendiario che diventa pompiere). Ma temiamo che i tanti orfani di certi ideali politici di tutto abbiano voglia, in questo periodo, fuorché di proseguire con le proprie lamentazioni anche davanti a una commedia, per quanto simpatica.

Antonio Autieri