Scarlet (Hateshinaki Sukāretto) è l’ottavo lungometraggio di uno dei registi giapponesi più interessanti del cinema d’animazione contemporaneo, Mamoru Hosoda. Il film è stato presentato in anteprima mondiale Fuori Concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia. Il regista è conosciuto ai più per opere come Wolf Children (2012), Summer Wars (2009) e Mirai (2018).
Va fatto un plauso alla distribuzione italiana per la scelta di portare finalmente un prodotto animato nipponico in sala con una programmazione regolare, abbandonando la restrittiva formula dell'”uscita evento” di pochi giorni. Tuttavia, l’operazione commerciale e divulgativa fa storcere un po’ il naso: per preparare il pubblico all’uscita di Scarlet, si è scelto di riportare in sala per un periodo limitato La ragazza che saltava nel tempo (2006). Una scelta discutibile: per quanto si tratti di un cult, per lanciare un’opera così ambiziosa sarebbe stato strategicamente più saggio riproporre sul grande schermo i titoli più celebri o visivamente maestosi del regista, capaci di catturare l’attenzione di un pubblico più ampio.
Da questo autore ci si aspetta sempre di uscire dalla sala ampiamente soddisfatti o perlomeno incuriositi, e Scarlet su questo centra appieno l’obiettivo. Il film racconta di una principessa che cerca vendetta dopo l’uccisione del padre da parte dello zio Claudio, ma la cosa intrigante è l’ambientazione nell’aldilà: pur di vendicarsi, la protagonista è disposta a inseguire il suo scopo fino all’Inferno. Scarlet è l’opera più ambiziosa del regista, che unisce temi a lui cari, come i salti temporali, inserendovi la riflessione sulla guerra e sul perdono, e attingendo a piene mani dall’Inferno di Dante e da Shakespeare.
Il risultato, purtroppo, non rispecchia totalmente le aspettative. Scarlet è il film successivo a Belle (2021), dove Hosoda aveva dimostrato per l’ennesima volta di saper intrecciare in maniera eccelsa animazione tradizionale in 2D e CGI; ed è proprio qui che risiede la più grande pecca della nuova pellicola. In questo caso, il regista ha deciso di affidarsi quasi totalmente alla CGI che, se in alcune riprese risulta spettacolare e superiore a Belle, nei primi piani e soprattutto nei campi larghi risulta deficitaria, rendendo il mondo piatto e poco caratteristico. Il contrasto tra sfondi disegnati e personaggi in CGI non sempre risulta funzionale. Inoltre, le poche volte in cui il film utilizza il 2D sorge spontanea una domanda: perché non è stato diretto interamente così? Probabilmente, la scelta stilistica non è stata del tutto azzeccata. A nostro modo di vedere, il film pecca anche in fase di sceneggiatura, soprattutto per la frettolosa costruzione del rapporto tra la protagonista Scarlet e il comprimario Hijiri, culminante in un legame amoroso sensato ma poco approfondito. Per non parlare dei vari capovolgimenti di fazione da parte di alcuni nemici che poi diventeranno alleati, con redenzioni fin troppo tirate per i capelli.
A parte questo, il film risulta assolutamente piacevole, con temi mai scontati e sempre necessari da portare su schermo, soprattutto in questo periodo storico. L’amore per il prossimo e il rifiuto della guerra sono argomenti già visti, certo, ma mai esplorati abbastanza, e Hosoda lo fa a modo suo. Scarlet si avvale di topoi narrativi consolidati del regista, che rielabora un classico di Shakespeare restando fedele al suo inconfondibile stile narrativo e visivo. In definitiva, Scarlet è un’opera affascinante ma imperfetta. Ne consiglio caldamente la visione a chi ama già il cinema di Hosoda e agli appassionati di animazione, che sapranno sicuramente cogliere il coraggio visivo e la profondità dei temi trattati. Rimangono invece forti dubbi per il pubblico generalista o per chi non mastica troppo il prodotto animato giapponese: i difetti di sceneggiatura e l’uso di una CGI a tratti straniante potrebbero rendere l’esperienza più ostica e meno universale rispetto ad altri capolavori del passato di questo regista.
Mattia Basile
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