Perdere i genitori e scoprire la propria identità: due questioni che procedono insieme in L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza, un racconto di formazione nel Brasile infestato dalle dittature militari. Quasi un diario privato del ragazzino Mauro che deve affrontare il difficile inserimento nel mondo adulto, strappato dalle certezze e dalla serenità fino a quel momento garantite dall’affetto della famiglia. Proprio il nucleo famigliare è improvvisamente scomparso nella sua fisicità: due genitori in fuga e il nonno morto pochi minuti prima dell’arrivo del ragazzino. Eppure l’identità familiare torna nel riscoprire le proprie origini, l’appartenere alla comunità ebraica raccolta nel quartiere e anche ad una comunità politica, i dissidenti, che sentono Mauro come loro figlio. Religione e politica si uniscono per supplire alle mancanze fisiche e affettive del ragazzino, che diventa un nuovo Mosé destinato a portare la salvezza nelle vite talvolta sterili e solitarie degli anziani che frequentano la sinagoga: il burbero vicino di casa che lo ospita, il bonario rabbino che lo inserisce nel quartiere, le simpatiche signore che lo invitano a pranzo. In un crescendo di solidarietà. Attraverso questa nuova rete di rapporti, Mauro inizierà a scoprire il mondo. Tessendo un paragone tra calcio e vita, il regista suggerisce alcuni risvolti interessanti: il tempo del campionato del mondo, che vedrà il Brasile trionfare sull’Italia, è il momento in cui si sviluppa la solidarietà altrui, ma anche l’arco temporale dell’attesa di Mauro che aspetta il rientro dei genitori per la finale. Non tutto andrà come il previsto, eppure da questa particolare estate Mauro uscirà con una certezza: il suo ruolo nella vita. Non un attaccante, ma un portiere pronto a ricevere e sventare ogni colpo che l’esistenza ha in serbo per lui.,