Strana edizione degli Oscar, quella 2016. Non che ne siano mancate negli ultimi anni di “Notti” con statuette sparse tra più film. Ma quella di quest’anno (si veda la news con tutti i vincitori) passerà forse alla storia in questo senso. Il film con più premi è Mad Max: Fury Road, vero blockbuster mancato ma di culto per molti spettatori, remake del primo film della trilogia con Mel Gibson riproposto dallo stesso creatore, George Miller. Sei premi sono tanti, eppure sono tutti “tecnici”: costumi, montaggio, scenografia, sonoro, montaggio sonoro e trucco e acconciatura. Non sono da disprezzare, perché segnalano la qualità complessiva dell’opera; soprattutto se pensiamo che in quelle categorie spesso se la vedeva con il nuovo episodio di Star Wars, che dopo aver stracciato tutti i record agli Oscar è invece uscito con le ossa rotta, avendo perso anche il premio per gli effetti speciali andato al “piccolo” film britannico Ex Machina. Davvero un mondo alla rovescia: già solo questo fatto connota un’edizione degli Oscar particolarissima.
Nelle categorie principali, poi, altre cose curiosi. I premi per gli attori, in tre casi su quattro sono andati a film che non hanno avuto altri premi: Brie Larson  come attrice protagonista per Room, e i due non protagonisti Mark Rylance per Il ponte delle spie e Alicia Vikander per The Danish Girl. Tutti premi azzeccati: peccato per Sylvester Stallone (e quando gli ricapita questa occasione?), molto intenso in Creed. Ma Rylance è uno di quegli attori che pochissimi conoscevano e che ha conquistato tutti. Idem l’eccezionale Brie Larson, madre dolente in Room.
Leonardo Di Caprio invece ce l’ha fatta, dopo tanti tentativi: per alcuni quella di Revenant – Redivivo non è la sua miglior interpretazione. Forse è vero, pensando alle vittori mancate per Aviator o The Wolf of Wall Street, ma anche la performance del film di Inarritu, fisica ma anche di presenza complessiva, è a nostro modo di vedere notevole. E il miglior attore della sua generazione non poteva continuare a essere snobbato. Curioso invece il destino del film. Da mesi favoritissimo, specie dopo le vittorie ai Golden Globes, il messicano Alejandro Gonzales Inarritu aveva fatto la bocca a una storica doppietta regista-film, la seconda consecutiva dopo quella di un anno fa per Birdman. Assegnare per il secondo anno di fila il premio allo stesso regista sarebbe stato evento raro ma non inedito: era già avvenuto due volte (con John Ford e Joseph Mankiewicz) tra gli anni 40 e 50. Ma nessun regista era stato premiato per il miglior film per due volte consecutive (peraltro quel premio va al produttore, non al regista). Sembrava che stavolta avvenisse, e sarebbe forse stata una beffa per i tanti registi di Hollywood tale “prima volta” toccasse a un collega messicano… Invece a sorpresa la classica accoppiata regista-film non c’è stata, e la statuetta di miglior film è andata a Spotlight (ribattezzato impropriamente in Italia Il caso Spotlight), l’ornai noto film che rievoca lo scoop del quotidiano Boston Globe sullo scandalo pedofilia che travolse la Chiesa cattolica nella città americana. Un buon film, solido e ben recitato, cui il premio per la sceneggiatura sembrava calare a pennello. Ma addirittura il film dell’anno, come le frasi di lancio hanno proclamato?
Tra Revenant e Spotlight a nostro parere non c’è match. E non solo dal punto di vista “teorico”: se il primo ha vinto per la miglior regia (e anche per la miglior fotografia, nonché per il suo protagonista) e il secondo solo per la sceneggiatura, noi crediamo che la prima “qualità” debba pesare sulla seconda nel valutare un film. È probabile in realtà che più delle qualità abbia contato il “caso”, con conseguente dibattito sulle responsabilità della Chiesa (in un’Academy ancora fortemente Wasp, cioè bianca, anglosassone e protestante, dove neri e ispanici hanno meno peso che nella società reale). Non uno scandalo come qualcuno ha scritto (affermare che il film sia modesto è una falsità) e tanto meno un complotto come qualcuno pensa. Ma un’occasione persa per affermare il merito e una visione di cinema più moderna, appassionante, visionaria (c’è più arte in un’inquadratura di Revenant – con tanto di numerose citazioni da Tarkovskj – che in tutto il film di Thomas McCarthy sulla redazione bostoniana). Forse il messicano Inarritu avrebbe avuto troppo con lo “scalpo” – per rimanere nell’ambito del suo cupo, violento, formidabile film – del premio principale. Sta di fatto che Spotlight è uno dei “miglior film” nella storia degli Oscar con meno statuette (solo due…), e questo vorrà dir qualcosa.
Se poi si voleva spiazzare davvero, un altro titolo avrebbe potuto ambire al premio principale. Ma forse Room era troppo piccolo e indipendente – e nemmeno americano, ma canadese e irlandese – per confrontarsi con le corazzate delle major o medi calibri alla Spotlight. Noi, ragionando prima da spettatori innamorati del cinema che da addetti ai lavori, pensiamo che abbia visto bene il pubblico del festival di Toronto che gli assegnò il “suo” premio (democratico e popolare). E comunque, i premi lasciano il tempo che trovano. Gli innamoramenti no: il film di Lenny Abrahamson è statop un colpo di fulmine a prima vista, al festival di Roma in ottobre, e oggi che potete vederlo anche voi nelle sale confermiamo il nostro giudizio. Per chi scrive, il film dell’anno è Room.

Antonio Autieri