Durante i titoli di testa di Marty Supreme, il regista Josh Safdie (Diamanti grezzi) non ha timore di portare la telecamera all’interno degli organi più intimi di un personaggio. Un ovulo all’interno di un utero appena fecondato da uno spermatozoo di Marty Mouser (Timothée Chalamet) si trasforma visivamente in una pallina da ping-pong nel bel mezzo di una partita, sequenza che da subito determina il parallelo tra gli impulsi carnali del giocatore e il suo istinto competitivo. Entrambi gli oggetti sferici rappresentano la promessa di un futuro per cui Marty sembra voler lottare. Safdie (che è anche sceneggiatore), prendendo spunto dalla vita del campione di tennistavolo Marty Reisman, mette in discussione il mito del sogno americano: sebbene radicata nei dettagli vividamente delineati delle sue “battaglie”, la ricerca della grandezza di Marty Mouser rivela i complicati meccanismi dell’accumulo di prestigio e potere che stanno alla base dell’influenza culturale globale degli Stati Uniti.

Le ambizioni di Marty sono espressione della classica vicenda di un uomo che brama il successo economico e sociale. Anche se lavora nel negozio di scarpe dello zio nel Lower East Side di Manhattan per mantenersi, Marty è certo che la chiave del suo futuro stia nelle sue abilità nel tennistavolo. Ventenne, impulsivo e logorroico, spera di cavalcare l’onda dell’apprezzamento per questo sport e di lasciarsi alle spalle una vita di case popolari e di fatica. Ai campionati internazionali non ha paura di usare il suo essere americano per ottenere un vantaggio sugli altri atleti, pretendendo un trattamento preferenziale da parte dei dirigenti della lega, in nome di ciò che un campione americano potrebbe fare per il gioco. Marty si sente in diritto di approfittare dalla prosperità postbellica degli Stati Uniti, ma deve trovare percorsi “anticonformisti” per ottenere il riconoscimento che ritiene di meritare. Come ebreo-americano, la sua identità affonda le radici nell’essere stato perennemente sfavorito dalla storia; può vantarsi che essere al vertice del mondo del tennistavolo rappresenti “il prodotto finale della sconfitta di Hitler”, ma senza l’appoggio delle élite WASP (bianche, anglosassoni e protestanti) al potere, tutto ciò che ottiene da questo successo è esibirsi nell’intervallo delle partite di basket degli Harlem Globetrotters. Per sfruttare appieno i benefici della sua posizione d’avanguardia, Marty è alla costante ricerca di una conferma da parte dell’establishment. Un incontro fortuito in un hotel durante un torneo a Londra lo porta a conoscere una ricca coppia dell’Upper East Side. Corteggia la moglie Kay Stone (Gwyneth Paltrow) con il suo fascino giovanile, facendo leva sulla di lei vulnerabilità di attrice che ha abbandonato la carriera per essere solo una celebrità, ma nel frattempo cerca anche di ingraziarsi il marito, Milton Rockwell (Kevin O’Leary), perché finanzi l’espansione mondiale del tennistavolo attraverso il suo impero di produzione di inchiostri e penne.

Safdie, come molti altri registi newyorkesi prima di lui, tratta la sua città natale come un grandioso fondale su cui si sviluppa realisticamente la storia. Proprio come New York rappresenta gli Stati Uniti nella loro forma più esemplare ed eccessiva, Marty è l’incarnazione di questo epicentro dell’attività della nazione. Marty (in questo, il newyorchese Chalamet è perfetto) vive fino in fondo questa energia cittadina, mentre la sua parlantina e i suoi attributi maschili lo mettono in una serie di situazioni difficili che finiranno per umiliarlo. Mentre si propone di dimostrare il suo valore in circostanze che metterebbero a dura prova una persona meno determinata, il film evidenzia come la differenza tra un sogno e un’illusione sia spesso la convinzione di un individuo di poter piegare il mondo alla propria misura. Così Marty Supreme offre uno sguardo lucido alla vana promessa dell’“American Dream”; l’insistenza di Marty nel coinvolgere gli altri nelle sue soluzioni improvvisate a veri problemi – in particolare Rachel (Odessa A’Zion), un’amica di vecchia data che porta in grembo suo figlio – evidenzia ulteriormente le sorprendenti alleanze per arrivare al successo. Le difficoltà nel tradurre le sue capacità in status mettono in luce le lacune delle narrazioni trionfalistiche sui gruppi economicamente svantaggiati che usano lo sport come una scala per raggiungere il potere. Quel che resta è un monumento all’arroganza: dopo essere stato costantemente sull’orlo dell’oblio, tutto ciò che resta a Marty è un’ultima, inutile, vittoria, e la vecchia dura vita di sempre.

Beppe Musicco

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