Fernando è un affermato professore spagnolo di mezza età, che nelle sue lezioni di geografia teorizza come il mondo sia caotico e come serva disegnarlo per farlo tornare in ordine. La sua vita è ordinata, metodica, piacevole. Ma viene sconvolta, senza alcun genere di segnale o preavviso, dalla misteriosa scomparsa di Milena, la moglie serba che a un certo punto sparisce dalla loro casa di Barcellona. È stata male, è fuggita, le è successo qualcosa di brutto? Fernando non sa cosa pensare: nella loro casa non ci sono messaggi per lui o tracce di un suo viaggio (lo spettatore, nel frattempo, sa che lei è, probabilmente, tornata in patria). E lui si muove in più direzioni, invano, ma alla fine deve ammettere, a sé stesso prima che alla polizia o agli amici, che di lei non conosceva poi molto. Rinuncia quindi all’idea di andare in Serbia presso l’anziana madre di lei («non voglio cercare qualcuno che non vuole essere trovato»). Disorientato e in cerca di una nuova esistenza, decide di partire per il Portogallo: là, in seguito a un evento drammatico ma provvidenziale, la sua vita ha una svolta imprevista che lo porta a trovare rifugio dal suo dolore in una vecchia villa, dove si propone come giardiniere. Qui, affascinato dal luogo, dall’umanità di chi lo accoglie – Amalia, una signora gentile che nel tempo si affezionerà sempre di più a lui – e dalla possibilità di vivere un’altra vita, inizia un percorso di ricostruzione personale. Anche se poi il suo passato, anni dopo, tornerà a far capolino.
La villa portoghese è un film che comincia come un dramma secco, quasi brutale, e finisce come una storia di rinascita che passa attraverso la perdita, lo smarrimento e il coraggio di scegliere. Il film racconta bene la frattura iniziale dell’uomo abbandonato senza spiegazioni, cui rimane solo un’assenza che diventa un vuoto ingestibile. E lo fa non con grandi scene melodrammatiche, ma con un tono realistico e doloroso, quasi asciutto, rappresentando spazi, oggetti e piccoli gesti quotidiani (la casa, il lavoro, le abitudini) che si svuotano di senso. Il protagonista (ottimamente interpretato da Manolo Solo) perde tutte le certezze acquisite in una vita: il professore che sembrava molto sicuro di sé, senza la moglie non sa più chi è. È questo smarrimento a spingerlo a partire per il Portogallo, in un viaggio che nasce come fuga e si trasforma presto in qualcosa di molto più radicale.
È qui che la regista Avelina Prat, al suo secondo film, cambia registro e si apre a una dimensione prima surreale (che ricorda, per suggestione, Il fu Mattia Pascal, con tanto di cambio di nome) e poi intima. Un evento imprevedibile – che è meglio non rivelare – gli regala una nuova occasione. In questa seconda parte, La villa portoghese diventa una riflessione sul desiderio di sparire, di liberarsi dal peso del proprio passato e di “rinascere” con una vita completamente rinnovata. Nella villa che dà il titolo al film, dove viene accolto dalla proprietaria Amalia (l’indimenticata María de Medeiros, star del cinema portoghese che ha frequentato anche tanto cinema internazionale: forse la ricorderete in Pulp fiction), il protagonista trova uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, in cui può guardarsi in profondità e riprendere a vivere.
L’ultima parte del film compie infine una svolta decisiva, con altri colpi di scena da non svelare assolutamente. La realtà torna a bussare alla sua porta, insieme alla sua vera identità, che sembrava cancellata. Il passato riemerge proprio quando lui credeva di essersi sistemato, di aver trovato un equilibrio nuovo, seppur fragile. È una scelta narrativa molto bella, che riporta Fernando al punto di partenza, “a casa” in Spagna, costringendolo a fare i conti con ciò che ha lasciato dietro di sé. Non potrà più limitarsi a fuggire: dovrà decidere chi vuole essere, e dove vuole esserlo. Per ricominciare davvero, non fingendo di essere un altro, ma scegliendo finalmente di essere qualcuno.
La villa portoghese è un film stratificato e ricco, pur nel suo tono quieto e a tratti dimesso (non per tutti i palati, insomma), che parla di perdita, del desiderio di ricominciare, di ripartenza. Un film profondo, misurato, capace di emozionare con dolcezza ma senza ricatti sentimentali, con un finale illuminato dalla scelta di Fernando, solo in apparenza semplice, che riesce a ricucire le ferite del passato proprio nel momento in cui sembrano riaprirsi. E che lascia lo spettatore con la sensazione di aver assistito non a una fuga, ma a una conquista sia pur ottenuta dopo un lungo percorso.
Antonio Autieri
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