Un piccolo film, realizzato con pochi mezzi e girato in digitale, ma estremamente di attualità. Sono soldati italiani, dalla faccia di bravi ragazzi, al confine tra una guerra e una missione di pace. Come quelli di Nassirya, e forse per questo il film ha provocato più imbarazzo che consenso in un paese come il nostro, squassato dalle tragiche notizie provenienti dall’Irak e già dimentico dell’emozione sincera provocata in novembre dalla starge che costò la vita a 19 nostri soldati. ,Ambientato durante la precedente missione in Kosovo, il film – il cui titolo si deve a quella radio multilingue che davvero fu gestita da militari italiani e che risultò forma fondamentale di comunicazione durante la guerra – si apre con i volti gentili ma decisi di giovani militari spesso incapaci di comprendere i motivi di una guerra che non capiscono, che non possono capire. Qualcuno non ce la fa, come il soldato interpretato dal bravo Marco Cocci (che esordì in “Ovosodo” e che cresce sempre meglio): una notte di guardia, un ragazzo serbo si spara di fronte a lui, che crolla psicologicamente. In un villaggio kosovaro, invece, si trovano a percepire la tensione provocata dall’odio razziale (una ragazza serba, che ha con alcuni abitanti del villaggio un ambiguo legame). Poi, un incidente spezza il gruppo, e tre soldati rimangono isolati: si ritroveranno con la ragazza in fuga da proteggere, e con molti dubbi su come agire…,“Radio West” è un film “povero” (deve fin troppo allo stile semi-documentario): e in questo rinnova una recente tradizione di film italiani sulla guerra, all’insegna del “vorrei ma non posso”. Ma non è solo questo il punto, con non molti mezzi di più “No man’s land” di Danis Tanovic portò a casa un premio Oscar: in quel capolavoro, però, il tema della guerra si allargava a una considerazione più universale dell’ostilità “naturale” fra uomo e uomo, e la sceneggiatura era di ferro. Qui i tempi morti si dilatano fin troppo; e i dialoghi, nella parte finale, tra la ragazza in fuga e i soldati che la difendono sono da telefilm. Eppure, gli attori hanno le facce giuste, perfino quel Pietro Taricone che si porta su di sé il marchio del “Grande Fratello” tv. Lui, come anche il coproduttore Piergiorgio Bellocchio (figlio del regista Marco) sono interpreti in crescita, comunque credibili nei ruoli, mentre il punto debole è senz’altro Kasia Smutniak, proveniente dagli spot Tim. Il finale è anche molto confuso. Però il film meritava più chance di quante ne abbia avute in prima visione, dove è sparito in pochi giorni a causa di infelici scelte distributive. Almeno come contributo a una visione più corretta del ruolo delle forze armate italiane in luoghi di guerra, in un periodo in cui in tanti dileggiano o ingiuriano: ruolo di pace con le armi in pugno. Paradossale, ma vero.