Ci sono tanti temi e spunti, troppi, nel terzo film di Vincenzo Marra, presentato in concorso alla Mostra di Venezia senza troppa fortuna. L’ambizione, la corruzione, i furbetti senza scrupoli della finanza, l’uso dei rapporti uomo-donna, la scalata grazie a una donna matura e potente, il triangolo sentimentale, l’annullarsi di una donna per l’uomo amato… A questi spunti corrispondono diversi stili e generi: il film di denuncia, l’apologo moralista, il thriller poliziesco (poco, in effetti, soprattutto sul piano del ritmo), il melò…,In questa congerie di fili narrativi, Marra – che debuttò con l’interessante “Tornando a casa” e si confermò con il successivo “Vento di terra” (entrambi film rigorosi su un’umanità marginale e sconfitta, anche se con il limite dell’eccessiva ermeticità) – si perde. Se il ritratto del furbetto del quartierino e della finanza d’assalto poteva, negli anni di Ricucci e Fiorani, poter risultare utile da approfondire con uno sguardo d’autore e non con una ‘instant fiction’, in realtà lo stile è stranamente televisivo (ritmo piatto e frenetico al tempo stesso, primi piani esagerati, dialoghi inadeguati, recitazione sciatta soprattutto del protagonista davvero monocorde; senza contare le tante soluzioni facili, come gli agenti della Finanza che sfogliano dei bilanci e trovano velocemente le “magagne”), l’analisi delle motivazioni dei personaggi carente, i salti di montaggio e della storia troppo numerosi e poco riusciti…,Neanche la storia sentimentale risolleva il film. Anzi, la duplice storia che diventa un triangolo: da una parte il tira e molla tra il giovane agente e la fidanzata ripetutamente tradita, dall’altra la liaison tra il protagonista e una donna più grande di lui, bella, colta, elegante, molto ricca e molto innamorata che lo aiuta a entrare nell’alta società (anche qui: in pochi minuti è già avvenuto tutto, e non si capisce molto). Una scalata che per un momento sembra riuscire, anche se al prezzo di abbandonare i residui scrupoli morali, per il protagonista. Un risollevarsi narrativo che invece non avviene per nulla, per il film. Anche la brava Fanny Ardant (che d’ora in poi rischia di essere identificata solo per le stupidaggini dette in difesa di Curcio e delle Br, mentre rimane una grande attrice che avrebbe fatto meglio nello specifico a tacere) qui sembra un pesce fuor d’acqua, e non riesce a migliorare la resa di un film noioso, sbagliato e povero. Mentre per il giovane regista uscito con le ossa rotte dalla Mostra di Venezia, occorre sì segnalare il passo falso ma anche riconoscere che per quel che ha fatto in passato, anche come documentarista in opere di pregio, merita altre occasioni.,Antonio Autieri,