Pietro è un ragazzo di città, che trascorre l’estate in un paesino di montagna in Val d’Aosta, dove i genitori hanno acquistato un appartamento. Il padre è un ingegnere della Fiat di Torino, «una fabbrica dove lavorano diecimila persone» come afferma con orgoglio a Bruno, ultimo bambino di quello sperduto villaggio di montagna dove la grande strada costruita per portare turisti ha invece portato via i suoi abitanti. Bruno ha solo il padre, che cerca di portarlo lontano dalla montagna dove da sempre la sua famiglia vive. I genitori di Pietro, invece, si affezionano a lui e vorrebbe che studiasse, suscitando anche un po’ di gelosia nel figlio. Poi dopo alcuni anni di giochi comuni, le loro strade si separano: si ritroveranno adulti, uniti dalla morte del padre di Pietro che aveva seguito la crescita dell’“altro”. E costruiranno giorno per giorno un legame profondo, nonostante le scelte diverse. Attraverso quasi tre decenni il film ci racconta la loro amicizia: Bruno rimane fedele fino alla fine alla “sua” montagna mentre Pietro va e viene cercando di capire chi è, alla ricerca delle “otto montagne”.
Tratto dal bel romanzo omonimo di Paolo Cognetti che nel 2017 vinse il premio Strega, Le otto montagne è la storia di un’amicizia virile profondamente credibile grazie alla densità delle parole usate (dalla voce fuori campo ai dialoghi scarni ma sempre veri), dai gesti, dai dettagli e dall’interpretazione degli attori: in particolar modo i due straordinari protagonisti, Luca Marinelli e Alessandro Borghi, ma anche Filippo Timi nella parte del padre di Pietro. Una resa sorprendente, se si pensa che a dirigere in italiano i due attori sia una coppia di registi belgi (Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch). Un film sull’importanza della figura paterna, rifiutata e poi riconquistata, sull’amore per le montagne, sulla perdita, sulle speranze che diventano dolorose sconfitte, sulla ricerca di due giovani uomini su quale sia il proprio posto nel mondo, e delle modalità diametralmente opposte per trovarlo. Ricerche in cui i due si allontanano, si perdono, si ritrovano, senza mai mettere in discussione il legame d’amicizia.
Un bel film italiano e internazionale, che ha il coraggio di essere fedele al romanzo ma al temopo stesso di far delle scelte per essere efficace, che lavora molto sulla fotografia (firmata dal belga Ruben Impens) e coraggiosamente sulla colonna sonora spiazzante del cantautore svedese Daniel Norgren.
Antonio Autieri
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