Pietro (Luca Marinelli) è un ragazzo di città, figlio di un ingegnere della Fiat di Torino, che da piccolo inizia a trascorrere le vacanze estive in un paesino di montagna dove i suoi genitori hanno comprato una casa. Lì conosce Bruno (Alessandro Borghi), unico ragazzo del paese. Per quanto diversi, tra i due nasce un’amicizia profonda. Prendono strade diverse: si perdono, si ritrovano e si perdono di nuovo. Attraverso quasi tre decenni il film ci racconta la loro amicizia: Bruno rimane fedele fino alla fine alla sua montagna mentre Pietro va e viene cercando di capire chi è, lungo le “otto montagne”.

Tratto dal bel romanzo omonimo di Paolo Cognetti che nel 2017 vinse il premio Strega, Le otto montagne è la storia di due personaggi che cercano di capire chi sono e quale sia il loro posto nel mondo, e delle modalità in cui lo cerchino in maniere diametralmente opposte. In queste rispettive ricerche si avvicinano e si allontanano, e il loro rapporto cambia e cresce fino a diventare una viscerale amicizia.

Di tutta questa densità tematica però si perde molto nel passaggio dalla carta allo schermo. Innanzitutto, forse, perché il film è troppo fedele al romanzo e perciò non diventa mai veramente un racconto cinematografico quanto piuttosto un susseguirsi piuttosto veloce dei capitoli del romanzo compressi nelle quasi due ore e mezza di film. Non aiuta poi il lavoro “autoriale” alla regia (e sceneggiatura) della coppia belga Felix Van Groeningen (accademico illustratore con film come Alabama Monroe, Beautiful boy) e Charlotte Vandermeersch che poco ha a che fare con le tematiche del film e soprattutto con il racconto della montagna e di quel mondo. La regia si limita perciò ad illustrare, per quanto con una certa eleganza (e una bellissima fotografia) il romanzo. A livello estetico risulta sempre a rischio di essere una magnifica pubblicità di un ente del turismo locale dove non tutto risulta perfettamente credibile, dove la vita della montagna sembra impacchettata per uso e consumo di turisti stranieri, impressione confermata anche dalla inspiegabile colonna sonora di Daniel Norgren, cantautore svedese che scrive in inglese brani blues-folk decisamente fuori luogo in Val d’Aosta, regione delle riprese.

Tutto questo al servizio dei due divi italiani (da esportazione) Luca Marinelli e Alessandro Borghi: il primo dimostra la sua versatilità riuscendo ad annullare le sue origini romane, mentre al secondo riesce decisamente bene impersonare il montanaro tenebroso. Entrambi però devono faticare parecchio per essere all’altezza della complessità dei personaggi, tanto che spesso vengono superati da Filippo Timi nel ruolo del padre di Pietro, incredibilmente mimetico e a cui si deve l’unico personaggio e le scene che effettivamente fanno battere il cuore.

Le otto montagne, in definitiva, è un film dove risulta molto evidente l’operazione produttiva di un prodotto “prestige” europeo, che però rischia di sopravanzare la verità della storia raccontata nel libro. Parafrasando il personaggio di Bruno in uno dei dialoghi più riusciti del film, spesso quella che ci viene presentata ha l’aspetto de “la montagna vista dalla gente di città”.

Riccardo Copreni

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