Scritto da Anthony McCarten, già autore di Bohemian Rhapsody, e diretto da Kasi Lemmons, il film è un tributo alla vita e alla carriera di Whitney Houston (qui interpretata da Naomi Ackie, che recita ma non canta), dagli albori del suo successo nei primi anni 80 fino alla morte dovuta a un eccesso di droghe e psicofarmaci nel 2012.

Gli inizi della carriera ci vengono mostrati attraverso la severa guida musicale e i rimproveri della madre Cissy (Tamara Tunie), affermata cantante, e alla spinta imprenditoriale di un padre (Clarke Peters) che appare soprattutto molto interessato a spendere i soldi guadagnati dalla figlia. La presa di coscienza del proprio talento avviene quando la giovane Whitney viene presa sotto l’ala protettrice di Clive Davis (Stanley Tucci), manager della casa discografica Arista; quando questi l’ascolta cantare in un club al posto della madre, che ha appositamente finto un calo della voce, i suoi occhi si illuminano, probabilmente anche pensando ai potenziali giganteschi guadagni che si prospettano. Whitney ha una voce potente e dall’estensione imparagonabile; dimostra sicurezza e sfacciataggine, come quando si imbarca in una relazione omosessuale con Robyn Crawford (Nafessa Williams), che nomina sua assistente artistica personale. Un rapporto che però non esita a interrompere per modificare la sua immagine, quando il successo la porta a essere considerata una figura di grande importanza nello showbiz statunitense.

Il film però si perde quasi subito in una serie di flash slegati tra di loro: la preparazione del video di “How will I know”, la scelta di interpretare “I wanna dance with somebody”, la presenza al XXV Superbowl per cantare all’apertura l’inno nazionale, l’interpretazione del film Bodyguard accanto a Kevin Costner. Poi, di colpo e senza una spiegazione precisa, il film vira sulla dipendenza dalle droghe, e sulla decisione di dare una svolta alla carriera e alla vita personale, iniziando una relazione col rapper Bobby Brown, che le fa la proposta di matrimonio e subito dopo le rivela di stare aspettando un figlio da un’altra donna. La scelta narrativa purtroppo manca di una reale tensione emotiva e i vari avvenimenti sono raccontati tutti piuttosto superficialmente, se non addirittura edulcorati (non per niente il film è prodotto da Davies e dagli amministratori dell’eredità della cantante), a partire proprio dalla figura di Bobby Brown. Quel che ne esce è un film che lascia ancora molte domande sulla vita di Whitney Houston. Fortunatamente, ci rimangono almeno le sue strepitose interpretazioni.

Beppe Musicco

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