Durante la settimana di Carnevale del 1977, Marcelo (Wagner Moura), si ferma con un maggiolone giallo a una stazione di servizio per fare rifornimento e scopre poco distante un cadavere abbandonato nella polvere. Con questa apertura dal sapore western, che richiama un po’ il cinema di Sergio Leone, prende avvio il nuovo film di Kleber Mendonça Filho (premiato come miglior regista al Festival di Cannes 2025), incentrato sulla figura di Marcelo, che scopriamo chiamarsi in realtà Armando, professore universitario costretto alla fuga e diretto a Recife per ricongiungersi al figlio, affidato ai nonni materni, e tentare di lasciare il Brasile insieme a lui.
Il film è diviso in tre capitoli e segue un ritmo narrativo decisamente discontinuo e attraverso continui salti temporali lo spettatore scopre che Armando è costretto alla latitanza perché ha sfidato un potente e corrotto industriale di origini italiane, tal Girotti, che ha messo una taglia sulla sua testa e assoldato due killer per farlo fuori. Per questo è costretto a cambiare identità, vivere in clandestinità e unirsi ad un gruppo di perseguitati politici ospitati in una grande villa da Donna Sebastiana, ex cantante e figura carismatica legata alla Resistenza italiana. Nel mentre la vicenda viene ricostruita ai giorni nostri da una ricercatrice universitaria, che ha il compito di catalogare le registrazioni dei colloqui tra Armando e il capo dell’organizzazione clandestina che si occupa di far espatriare i dissidenti, l’affascinante Elza (Maria Fernanda Cândido).
Sicuramente non ci troviamo davanti ad una classica spy story e nemmeno un thriller tradizionale, ma un’opera stratificata e caotica che accumula suggestioni e sottotrame senza riuscire a tenere saldo il filo principale della trama, generando una sensazione di confusione che indebolisce anche la tensione emotiva legata alla storia personale del protagonista. Molte linee narrative restano irrisolte, come il destino della moglie di Armando, il suo lavoro all’anagrafe, le vicende degli altri clandestini e l’episodio surreale della gamba umana ritrovata nello stomaco di uno squalo, che nel finale si anima in una parentesi grottesca e assolutamente fuori luogo.
Anche il tema politico viene sacrificato dalla scelta caotica del regista. Infatti si percepisce una sorta di alone di paura e repressione, ma rimane solo un’impressione mentre ciò che prevale è il baccanale carnevalesco e la sensazione di pacata e nostalgica tranquillità quotidiana. Inevitabile da questo punto di vista il confronto con Io sono ancora qui di Walter Salles, il cui racconto ordinato, caloroso e convincente ci aveva restituito uno spaccato dell’epoca decisamente più armonioso per quanto drammatico e doloroso: siamo davvero molto lontani da quel livello.
Che cosa funziona del film? Sicuramente il protagonista Wagner Moura è quasi da solo a reggere le sorti di un film che senza di lui probabilmente sarebbe da considerarsi un flop assoluto. Per questa interpretazione – ma anche per tante altre, soprattutto Civil War di Alex Garland – tanti lo danno vincente agli oscar come protagonista e se lo meriterebbe decisamente dai tempi di Tropa de elite, che vinse il l’orso d’oro a Berlino nel 2008.
Gradevoli sono anche la fotografia e le scenografie. Interni ben ricostruiti, scalcinati e accoglienti al tempo stesso, e poche grandi panoramiche dei boulevard di Recife, arricchiscono il film. Prevalgono i colori caldi, armoniosi e avvolgenti di giorno (soprattutto il giallo del maggiolone ma anche di tante stanze interne). Mentre la notte, buia e poco illuminata da lampioni e neon, è il regno dei cattivi poliziotti e degli incubi. Un altro aspetto positivo della pellicola è la sensazione di nostalgia che avvolge lo spettatore. I cinefili coglieranno un evidente richiamo all’effetto Nuovo cinema paradiso, poiché una parte significativa della vicenda è ambientata nella sala di proiezione del cinema San Luiz di Recife, con ogni probabilità ricostruita per il film. Sullo schermo scorrono però autentici classici dell’epoca, come Lo squalo e Omen, mentre Un uomo da marciapiede è evocato attraverso la sua iconica locandina, rafforzando il legame emotivo con l’immaginario cinematografico di quegli anni. Il regista però vuole accontentare anche gli amanti delle serie e gioca sull’interpretazione di Pablo Escobar in Narcos di Moura proprio nella scena di apertura del film.
L’agente segreto è un film interessante ma risulta barocco ed eccessivo, ricco di idee e suggestioni visive, ma penalizzato da una struttura narrativa fragile e dispersiva. La messa in scena e l’atmosfera, spesso affascinanti e intrise di riferimenti al cinema poliziesco italiano degli anni Settanta, finiscono per prevalere sul racconto, relegando la trama principale in secondo piano. A sostenere l’opera resta soprattutto l’intensa interpretazione di Wagner Moura (premiato a Cannes come miglior attore), vero fulcro emotivo del film che riesce a dare coerenza e spessore a un impianto narrativo irregolare. Un lavoro ambizioso e visivamente curato, che colpisce più per le sensazioni evocate che per la solidità del suo sviluppo.
Luca Cova
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