Premio per la migliore sceneggiatura al festival di Venezia 2024 e selezionato nella short list dei film internazionali agli Oscar, il film di Walter Salles (suo il bellissimo Central do Brasil) è l’adattamento del romanzo biografico di Marcelo Rubens Paiva che ripercorre la storia della scomparsa del padre Rubens (Selton Mello) durante la repressione negli anni 70 in Brasile.

Se la storia della dittatura brasiliana è meno visibile nel cinema rispetto alle dittature cilena e argentina, Walter Salles ricorda l’impegno sociale durante quel periodo e la nascita di una coscienza politica, con la storia di una donna (che sembrava destinata al solo ruolo di madre di una famiglia numerosa) nella società brasiliana del tempo. Il regista dedica una lunga introduzione all’armonia familiare dei Paiva, prima di introdurre il dramma del prelievo e della scomparsa. A poco a poco, la madre Eunice (una fantastica Fernanda Torres, premiata col Golden Globe per la sua interpretazione) è chiamata a diventare matriarca per portare avanti la responsabilità, anche sociale, del defunto marito, incarnando attraverso le sue azioni la memoria trasmissibile della storia del paese.  Il Brasile degli anni 70 era sotto il tallone di una dittatura militare, molto simile a quella che governava l’Argentina: con la scusa di mantenere l’ordine e di evitare attentati e rapimenti, il governo prelevava un enorme numero di “sospettati”, che venivano spesso torturati o fatti sparire dopo esecuzioni sommarie. A farne le spese anche i Paiva, una normale famiglia della classe media di Rio de Janeiro. Un giorno degli uomini in borghese e armati bussano a casa Paiva e chiedono del capofamiglia Rubens, ingegnere ed ex parlamentare. Sono della Polizia e l’uomo deve seguirli in caserma per “rendere una testimonianza”, in realtà accusato di avere aiutato degli oppositori politici, offrendo asilo e ospitando riunioni. La scena mostra efficacemente il modo in cui l’orrore può invadere ogni ambiente domestico, non irrompendovi con la violenza, ma intrufolandosi con un’aria anche vagamente dispiaciuta (agli agenti che bighellonano in casa Eunice chiede anche se abbiano pranzato). Una volta che Rubens è stato portato via per essere interrogato, spetta totalmente a Eunice tenere in piedi la famiglia e lottare costantemente per il ritorno del marito o, in mancanza di ciò, per ottenere il riconoscimento ufficiale della sua morte.

Basato sul libro di Marcelo, uno dei figli della coppia, e sui ricordi personali del regista, amico di famiglia, Io sono ancora qui si apre con la vista di posti di blocco e camion dell’esercito, e da lì procede a seguire la sfortunata famiglia nel corso degli anni, fino a una bella e commovente conclusione nel 2014.  La trasformazione che il regista descrive come una vera tragedia è la perdita della spensierata gioia di vivere e del sentimento di evidente sicurezza di chi è sopravvissuto. I video casalinghi della figlia maggiore Vera (Valentina Herszage) definiscono, col loro look retrò da pellicola Super8, la malinconia per un’era in cui il terrore di stato rafforza l’ambivalenza del tempo. Il film di Walter Salles è la testimonianza di una rettitudine morale che non si ferma di fronte al rischio della persecuzione, e di quanto l’amore e la fiducia tra due coniugi si rifletta nella crescita serena dei cinque figli; anche nel dolore per la scomparsa del padre, per i Paiva la presenza della madre e l’affetto reciproco sono la dimostrazione che sia possibile non solo sopravvivere alla tragedia, ma ancora provare della gioia.

Beppe Musicco

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