Opera ambiziosa diretta da uno dei registi più amati dalla critica, il turco Nuri Bilge Ceylan che con questo film vinse al Festival di Cannes 2011 il Gran Premio della Giuria a pari merito con Il ragazzo con la bicicletta. Il film ha tutti i difetti del cinema da festival: ritmo bassissimo, durata spropositata, movimenti di macchina a volte impercettibili e, qua e là, molta maniera. Diviso in due parti ben distinte – la prima in cui i poliziotti cercano in una lunghissima notte il luogo dove è stato commesso un delitto e una seconda in cui il medico, uno dei protagonisti, esegue l’autopsia – è un film suggestivo e molto curato dal punto di vista formale. La notte nera, che pare inghiottire tutto e tutti (e che occupa almeno 90′ degli interminabili 150′ del film), le strade che si snodano senza fine in mezzo a lande desolate sono chiaramente immagini sintetiche di una ricerca che è innanzitutto interiore e che attanaglia il cuore dei protagonisti. Che sono tre (un medico, un procuratore e il capo dei poliziotti) e che si portano dietro un carico di errori personali, angosce esistenziali che si incastonano bene in un paesaggio cupo, un ambiente spoglio e desertico illuminato solo dai fari delle auto dei gendarmi.

Il disagio si percepisce ma non è mai detto anche perché il regista lascia tutto volutamente sottinteso: non sappiamo infatti il movente dell’omicidio che si rivelerà assai efferato, così come non sappiamo quasi nulla della vita dei due sospettati. Inoltre, si sa ancora meno dei protagonisti: il procuratore, la cui vicenda dolorosa verrà centellinata nel corso della vicenda e che verrà infine svelata in una sequenza amarissima, è il garante dell’ordine in questo spicchio disperato di mondo. Il procuratore, impegnato nell’indagine, si districa tra leggi e burocrazia e rapporti dettati al pc per far luce sulla vicenda; ma fatica a trovare il bandolo della matassa anche perché man mano che ci si avvicina al luogo del delitto, piano piano affiorano i fantasmi di un passato che non gli dà tregua. Accanto a lui, il capo della polizia, su cui pesano tanti sensi di colpa e che non si dà pace per i risvolti crudeli del caso; e un medico, una sorta di alter ego del regista, testimone di poche parole del caos umano e dell’abisso di dolore che sembra dominare su tutto.

Il regista di Uzak fa parlare tanto i volti, le immagini, gli ambienti: in questo il cinema a cui fa riferimento è quello di Abbas Kiarostami e Theo Angelopoulos che con i loro affreschi ermetici ma anche suggestivi hanno colpito o spesso annoiato le platee di tutto il mondo, e non mancano neppure accenni al capolavoro della cinematografia turca, il grande Yol con cui il compianto Yilmaz Guney trovò un equilibrio perfetto tra aderenza a uno stile realistico e le istanze di libertà di cui si faceva portatore. Certo a Ceylan, che prima di essere regista è fotografo, non manca il talento visivo anche se vi sono tanti simbolismi e formalismi che è impossibile non guardarli con sospetto: le sequenze del sogno del sospettato o la lunghissima seconda parte, tutta ambientata in una sala per le autopsie, sono formalmente ineccepibili quanto scogli dolorosissimi da superare per lo spettatore. E un film, per quanto impegnato e colto, che fatichi a rapportarsi con lo spettatore, è un film che, almeno per noi, perde già in partenza.

Simone Fortunato