Bruno, insegnante di liceo a Milano, manca dalla sua Livorno da tempo. Depresso, in crisi con la fidanzata, rintronato da spinelli, viene raggiunto dalla sorella Vittoria che gli chiede di tornare a casa dalla madre: malata da tempo, sta morendo. Bruno lo fa controvoglia: tutta la vita ha cercato di allontanarsi da quel rapporto. Anche in ospedale, Bruno vorrebbe scappare mentre la vede dormire. E il mattino dopo il primo contatto tra i due è ruvido, non conciliato, quasi forzato: come si può respingere la propria madre? ,In parallelo, a questo punto, il film di Paolo Virzì inizia a riprendere i fili della storia di una famiglia scombiccherata e sempre sul punto di esplodere, attraversata da una fortissima carica affettiva ma anche da altrettanta autodistruzione. Prima ancora, il film era partito con un notevole incipit in flashback: un concorso di bellezza, nell’estate 1971, vinto dalla mamma di Bruno e Vittoria, Anna, sotto gli occhi furenti del gelosissimo marito. Quel momento che poteva essere gioioso (ma quanta tensione negli occhi del piccolo Bruno di fronte alla madre concupita dal pubblico su di giri e disprezzata dal marito) è l’inizio di un percorso tortuoso di abbandoni, rotture, separazioni, tentativi di ricominciare. La madre, cacciata via di casa con i figli, si fa tentare dal miraggio del cinema, perderà i figli, li ristrapperà al padre… Quei figli che Anna ama con tutte le sue forze, di un amore viscerale e senza giudizio, con l’illusione che una “cantatina” insieme possa aggiustare un momento di difficoltà, mentre i problemi della vita si affollano. E si accumulano gli amori sbagliati («mamma, tutti si innamoravano di te», le dice la figlia), incontri clandestini con un amante segreto e sorprendente, avventure sempre più imbarazzanti per i figli: soprattutto per Bruno che, ormai diventato adolescente, a un certo punto scapperà via da quella vita.

La prima cosa bella (dall’omonima canzone di Nicola Di Bari di inizio anni 70: una delle tante di una colonna sonora riccamente nostalgica) è uno dei migliori film di Virzì, che si rivelò come un nuovo folgorante autore di commedie negli anni 90 (l’esordio con La bella vita, il divertente ma amaro Ferie d’agosto, il compiuto “romanzo” di formazione Ovosodo), cui però negli anni successivi ha dato un seguito di film interessanti ma sempre con qualcosa che manca. Mai film non riusciti, bensì ricchi di spunti: ma Baci e abbracci, lo sfortunato My name is Tanino, Caterina va in città, N – Io e Napoleone, Tutta la vita davanti lasciavano alla fine sempre l’impressione di qualcosa di non rifinito. O meglio, di storie in cui la sovrabbondanza di osservazioni su un’umanità confusionaria e vitale finivano per rendere confusa la narrazione stessa. Inevitabilmente lo stesso rischio lo corre questo film che in maniera programmatica vuol narrare il disordine vitalissimo e pericoloso (per i figli e per lei stessa) di questa donna che sembra solare anche quando fa pazzie (scappa dall’ospedale per andare al cinema) e invece nasconde parecchi segreti. Svelati poi in punto di morte, quando le sue rivelazioni (che ovviamente non diremo) chiariscono alcuni punti di una vita borderline e finiscono anche per commuovere. Pure quando, di per sé, lascerebbero perplessi, a usare un eufemismo. Commozione che ha a che fare non solo con l’epilogo esistenziale ma anche con il rinnovato legame, confuso e anche venato di paradossi però forte, dei rapporti in famiglia. Tanto da recuperare, a distanza di tempo, anche un padre che non era certo un modello e aprire la porta a nuovi “ingressi” in questa cerchia di affetti.

Quello di Virzì non è un elogio del disordine umano e morale: ad Anna (resa perfettamente da giovane da Micaela Ramazzotti, in crescita professionale, e da anziana da una Stefania Sandrelli intonata al personaggio) non fa sconti, ma la guarda con affetto e magnanimità. Ed è giusto così, perché è una donna che molto ha amato ma cui nessuno (neanche i figli) ha perdonato. Però lo sguardo – e qui tornano certi difetti dei film precedenti – non è fermo, si fa distrarre da troppe storie laterali. C’è molto sentimento, ma un sentimento a volte insistito, superficiale, condito da canzoni (che hanno un preciso significato nella storia, essendo appunto il modo con cui Anna spesso chiede ai figli un momento di completa e intima unità) che non possono non emozionare ma il cui accumularsi lascia il sospetto che siano un appiglio indispensabile per certe carenze narrative. Soprattutto, il film accumula i finali, rischia di “uccidere” la commozione nel momento topico della storia con una situazione (che riguarda il matrimonio della figlia Vittoria) che rischia di sbracare in farsa (la scelta a sorpresa della figlia). E i troppi finali, anche amari, rischiano di far arrivare esausti a quello definitivo e molto bello: quando Bruno finalmente prende sul serio il consiglio che da più parti gli veniva rivolto. E si butta, sorridente.

Su un punto però non ci possono essere dubbi: ancora una volta il regista livornese – e l’ambientazione e gli umori della pellicola risentono ovviamente della conoscenza della sua città – sa dirigere come pochi i suoi attori. Detto delle due attrici che incarnano Anna, Valerio Mastrandrea conferma una capacità crescente di unire ironia e understatement, Claudia Pandolfi è ormai attrice matura, e tanti altri attori bravissimi li accompagnano in ruoli importanti: tra questi il “padre” Sergio Albelli (che commozione la sua uscita di scena), la zia Isabella Cecchi, il vicino Marco Messeri, senza contare i figli da piccoli (bravissimi) o adolescenti. In definitiva un film bello e imperfetto, potente ed eccessivo. Che mette a fuoco il problema cruciale dell’infelicità delle persone (“mamma, ma perché siamo tutti così infelici?”), ma forse con minor radicalità del suo capolavoro Ovosodo: se qui c’è un tentativo di sistemare tutto, anche là c’era un lieto fine per il giovane protagonista che trovava il suo posto nel mondo, ma ammettendo che c’è un disagio che ti rimane anche quando le cose ti vanno bene. Proprio come un “ovosodo” che non va né su né giù.

Antonio Autieri